
{module Firma_Edilberto de Angelis}Parliamoci chiaro. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è la disoccupazione giovanile, che qui da noi, almeno secondo le statistiche, ha raggiunto livelli inaccettabili. Capisco che creare nuove occasioni di lavoro, per tutti, in una realtà degradata e a ostacoli come il Sud, sia impresa proibitiva, ciò che invece capisco meno è come possano così tanti giovani, che dovrebbero avere energie e sapere da vendere per superare le tante difficoltà che esistono, a non provarci nemmeno a trovarsi un lavoro, preferendo gironzolare per strada in attesa di tempi e occasioni migliori, come dicono per darsi un alibi che possa giustificare la loro poltroneria.
In società decisamente più evolute e produttive della nostra, come il virtuoso Nord, i giovani hanno l’argento vivo in corpo, tanto che appena finita la fase della formazione scolastica (se non prima) si buttano a capofitto, anche su consiglio dei genitori, sul lavoro, qualunque esso sia visti i tempi difficili. E quando non riescono a trovarlo, hanno la capacità di inventarselo oppure hanno la forza di lasciare la propria città per trasferirsi altrove. Così capita di vedere ragazzi che si inventano nuove professioni (il nord ovest, ad esempio, è pieno di start-up nate proprio dal genio di giovani disoccupati), che vanno a lavorare in altre regioni se non all’estero, che nonostante la laurea o il diploma (spesso inutili, perché scelti male), fanno i camerieri in Versilia o raccolgono mele in Trentino. In tutti questi casi per loro si tratta di esperienze comunque gratificanti, perché il lavoro li aiuta a crescere, soprattutto sotto l’aspetto culturale e caratteriale.
Qui da noi, invece, succede il contrario. Torme di giovani pieni di energia che, nonostante una disoccupazione altissima e famiglie non certo facoltose, se ne stanno a gironzolare, senza pensare a rimboccarsi le maniche, magari mettendo in moto la fantasia o accettando qualsiasi lavoro gli sia proposto, giusto per rendersi utili e indipendenti o per mettere da parte un gruzzoletto da investire in futuro. Qui, nei giovani, prevalgono apatia, indolenza, noia; vizi che li portano a pensare che un lavoro è utile solo se è pubblico e lo trovi sotto casa, se è ben pagato e adeguato al loro titolo di studio, perché un ragioniere mai e poi mai potrà raccogliere pesche, per cui in mancanza di questi requisiti meglio stare a casa a giocare alla play station, tanto a mantenerli ci pensa la famiglia. La quale famiglia, qui al Sud, ha grosse responsabilità se questi ragazzi sono venuti su così male, quindi meno dinamici e intraprendenti dei loro coetanei settentrionali. E’ proprio la cattiva educazione ricevuta a casa che li ha fatti diventare indolenti e che gli impedisce di essere autonomi, autosufficienti, intraprendenti, vivaci. In loro più che intraprendenza si nota apatia. Un’apatia pericolosa che li spinge ad affrontare i temi del lavoro e della vita con grande distacco e superficialità. Infatti, se gli si dice di fare qualcosa, d’impegnarsi, di inventarsi un lavoro, di trasferirsi altrove o di andare in campagna a raccogliere frutta, ti guardano come di solito si guarda un cretino, perché per loro il lavoro è quasi una bestemmia se non è adeguato al titolo di studio (spesso inutile) e al ruolo sociale che ricoprono e se poi si tratta di lavoro autonomo meglio non pensarci, poiché qui, dicono, tra cattive banche, malaburocrazia, fisco e criminalità non ci sono i presupposti per avviare un’impresa, anche piccola.
E allora se la realtà è questa perché non ribellarsi: se ci sono così tanti ostacoli che impediscono di creare lavoro, perché non rimuoverli. Perché non credere in un futuro migliore (che ovviamente non può passare dal posto pubblico sotto casa), magari studiando, organizzandosi, muovendosi con decisione, viaggiando, senza perdere tempo davanti a bar, discoteche e televisori. E’ questa la strada giusta per cambiare e crescere.
Capisco che un discorso del genere sia duro da accettare, perché troppo impegnativo e faticoso, ma se si vuole far ragionare i giovani, scrollarli dal loro torpore c’è bisogno di modi rudi, di verità, che oggi, spesso, mancano nelle famiglie; in quelle famiglie che non li hanno educati all’autonomia e alla responsabilità. Come avveniva un tempo, quando c’erano padri (e madri) che facevano capire ai ragazzi che nella vita bisogna arrangiarsi da soli e che le cose bisogna guadagnarsele giorno per giorno, anche a costo di grossi sacrifici. Erano genitori d’altri tempi quelli che dicevano ai figli: “se vuoi studiare devi farlo con merito e profitto, altrimenti vai a lavorare, perché la scuola non può essere né un passatempo né un parcheggio. E d’estate, se vuoi divertirti, lavora” altro che tempo libero perso nelle discoteche e nei locali alla moda alla faccia dei fessi.
Era un metodo educativo molto diverso da quello di oggi, forse un po’ selvaggio, doloroso, ma molto efficace per far crescere ragazzi autonomi, responsabili, indipendenti, produttivi, dalla forte personalità. Un metodo che dovrebbe tornare di moda, giusto per eliminare dalla circolazione gli invertebrati cocchi di mamma e papà, cui tutto è dovuto indipendentemente dai meriti e dalle capacità. Un metodo utile anche a far sparire la figura del genitore iper-protettivo, che tra i tanti danni che ha fatto alla società c’è anche quello di aver tirato su figli mollicci, ignoranti, arroganti, presuntuosi, viziosissimi e viziatissimi, eterni adolescenti che mai diventeranno uomini veri. Aveva ragione quel signore che diceva: “per fare figli forti ci vogliono genitori forti”. A saperlo …
