Editoriali

Cari ragazzi, scioperate per non restare somari

{module Firma _Federico Kliche de La Grange} Se partissimo dal presupposto che i giovani debbano sempre essere disubbidenti e sovversivi, non potremmo che stupirci nel vedere tanti studenti che protestando, genericamente, contro i mali della scuola (purtroppo mai individuati con precisione) più che aiutare il cambiamento e l’innovazione non fanno altro che aiutare quelle forze conservatrici che hanno interesse a lasciare la scuola così com’è: uno schifo.

Infatti, a sentire le cose strampalate e generiche che gridano e scrivono i nostri ragazzi, spesso per impedire qualunque tentativo di modernizzazione e rinnovamento della scuola, così malvisti dai loro insegnanti, nei tradizionali scioperi d’autunno (fatti giusto per perdere un po’ di tempo, sotto la regia occulta degli insegnati, cui gli scioperi fanno comodo), ci viene da ridere, poiché ci si rende conto che spesso vecchio e nuovo vanno a braccetto e quindi non hanno confini anagrafici. Infatti, alcuni di questi giovani sembrano non aspirare ad altro che avere la vita (non esaltante) dei loro genitori. Perciò pensiamo che a loro andrebbe detto chiaramente che ciò non è possibile e neanche conveniente. Così come non è possibile supporre che i loro interessi coincidano con quelli dei loro docenti, all’interno di una scuola che disgusta e i cui risultati sfigurano se confrontati con quelli di altre nazioni civili.

Perciò, ritengo che l’interesse degli studenti dovrebbe essere quello, davvero rivoluzionario, di protestare per far prevalere anzitutto la meritocrazia tra le cattedre. E’ vero che quando si è ragazzi non si disdegna l’insegnante ignorante, demotivato e magari anche sciatto e distratto, nel corso delle cui ore ci si diverte e non si fa nulla, a scapito così dell’apprendimento, ma è anche vero che se non si è ragazzi stupidi, e non si hanno genitori coglioni, ci si rende conto che conservando questo sistema non si può puntare sull’eccellenza e quindi su un futuro migliore che non sia la condizione economica della propria famiglia o quello di andare a finire, magari da laureati, in un call center.

Sicché, se ci tengono al rinnovamento del nostro sistema formativo, i ragazzi (e i loro genitori, che da buoni imbecilli sono erroneamente convinti che una partecipazione più assidua alla vita di questa scuola fallimentare possa, conservandola, cambiarla in meglio) devono chiedere il contrario di quel che reclamano oggi: far saltare questa scuola di merda, anche a costo di chiuderne la chiusura per un paio d’anni, grande fucina di ignoranti, per creare al suo posto una scuola fortemente selettiva (prima di tutto nella scelta degli insegnanti) e di alto profilo, magari privatizzata, che rappresenterebbe la vera discontinuità col passato. Altrimenti, conservando la scuola che abbiamo, si ferma l’ascensore sociale che di fatto è già fermo da anni se non da decenni.

In fondo, è sotto gli occhi di tutti che la scuola, a differenza del passato, non è più avvertita come fonte di ricchezza e di promozione sociale e personale. Anni addietro, attraverso la scuola un individuo poteva garantirsi una vita migliore, magari rispetto ai propri genitori, ora invece no. Quanti esempi abbiamo avuto nella nostra società di professionisti, ormai affermati e magari ex proletari con aspirazioni da borghesi, figli di povera gente, cui la scuola ha aperto le porte verso posizioni sociali, professionali ed economiche impensabili anche solo per i loro padri. E a quei tempi, poi neanche tanto lontani, era facile far capire al figlio dell’operaio che studiare era il mezzo migliore, più semplice, per avanzare socialmente: con una laurea, si diceva, si ottiene un posto più prestigioso nella società, magari meglio pagato. Per molto tempo questa impostazione ha funzionato bene, spingendo la gente a studiare, andare a scuola, a impegnarsi a costruire una società migliore e più ricca, anche culturalmente, delle precedenti. L’idea buona era fondata sul credo più conoscenza uguale più rispetto. Oggi non è più così.

Quanto poi alla spesa, posto che la sua pressoché totalità è destinata alle spese correnti, vale a dire al pagamento degli stipendi di molti coglioni e della gestione deficitaria delle scuole che sappiamo, si vorrebbe sapere cosa gliene importa agli studenti dei suoi eventuali tagli. Credono di avere meno opportunità, nella vita, se il loro docente (ignorante) è tenuto a insegnare più ore, magari a stipendio invariato? Semmai dovrebbero mobilitarsi per chiedere la compressione della spesa corrente e il ritorno degli oramai scomparsi investimenti, quelli sì necessari per avere una scola migliore e più competitiva.

Da qui la sgradevole sensazione che il rito della protesta studentesca si ripeta uguale a se stesso, di anno in anno, senza neanche aggiornare ragionamenti e parole d’ordine che nei ragazzi, pieni di fantasia, dovrebbe essere naturale. Una specie di dannazione, una coazione a ripetere gli errori di sempre, una voglia di conservare quel che invece andrebbe abbattuto, cambiato radicalmente. Perché se è sbagliato protestare contro i tagli alla spesa, che sarebbe saggio, come dicevamo, tagliare in maniera mirata, sarebbe saggio protestare soprattutto per lo scarso valore della spesa, delle singole scuole, dei singoli corsi e dei singoli insegnanti. Avere una spesa per l’istruzione alta in cambio di una bassa qualità del servizio, che è uno dei peggiori del mondo e che garantirà solo disoccupazione, in un ambiente di falsificata eguaglianza, significa propiziare per i nostri ragazzi un futuro di miseria, stenti e depressione. Prima culturale e poi economica. O viceversa, fate voi.