
{module Firma_Anton Giulio Madeo} Le voci che di recente hanno circolato sulle false pressioni che il sindaco Geraci starebbe facendo sulla struttura comunale affinché sia assunta la moglie del figlio, ci dicono quanto la meritocrazia, anche se trattata sotto forma di pettegolezzo o maldicenza, sia ancora un tema sensibile. Un tema che, argomentato come se fossimo al bar dello sport, ci passiamo da una generazione all’altra, che ci tramandiamo di padre in figlio e che, ineffabile, sopravvive ai guasti del tempo, ripresentandosi ogni volta più vivo e più attuale che mai. Infatti, la meritocrazia è uno dei valori fondanti di tutte le nostre repubbliche, dalla prima alla terza, agognato da tutte le forze politiche e da tutte le classi sociali, al punto da essere diventato il cavallo di battaglia non solo della politica ma addirittura della stampa. E’ un tema popolare, che mette tutti d’accordo, che fa vendere, che rende popolari soprattutto quando si dice che per costruire un paese più giusto e più moderno bisogna ripartire da lì: proprio dal merito.
Ne sono convinti in tanti, a cominciare dai nostri ragazzi, soprattutto quelli senza cognome e senza aderenze, che vorrebbero contare soltanto sulle proprie nude capacità, ma che poi si trovano ad andare all’estero, perché qui devono fare i conti con una realtà che dice altro. E cioè che questo è un paese in cui il merito non conta e in cui appena qualcuno ha un figlio da sistemare consulta l’agenda delle amicizie più preziose e alza subito il telefono, fratello dottore, onorevole, che ne dice stasera una cena da me, le devo parlare di una questione, niente di speciale, non si spaventi, solo un favore di piccolo conto, sa, c’è di mezzo la mia famiglia, e io per la famiglia farei qualunque cosa.
Perciò non ci stupisce quando sulla stampa escono notizie di figli di papà che ancora oggi, dopo decenni di appelli e di promesse per abolire nepotismi e raccomandazioni, trovano sistemazione grazie al tris di amici, parenti e conoscenti. Quel che invece ci disorienta, e ci fa orrore, è il fatto che spesso, quando si parla di raccomandazioni, il discorso cada sempre sui politici. Come sta avvenendo in queste ultime settimane qui da noi, in città, dove una parte della stampa, che cerca di vigilare sul locale malaffare (spesso sbagliando obiettivo), racconta la storia di un presunto (e fantasioso) piano del sindaco Geraci per far assumere, in Comune, la moglie del figlio maggiore.
Ora, al netto delle bugie e della esagerazioni che qualunque giornalista di qualunque giornale ha sempre in canna, seppur la raccomandazione sia da tempo immemorabile pietra miliare della nostra società (incivile), se proprio si ha voglia di raccontare fatti di pubblico malcostume che lo si faccia in maniera onesta, giusta, magari mettendo in evidenza che la politica a volte, come nel caso di Geraci, con le raccomandazioni ha poco a che fare, perché a mettere la persona sbagliata nel posto sbagliato spesso ci pensano pezzi grossi della nostra immorale classe dirigente, che muovono più della politica, di qualunque curriculum, di uffici di collocamento, agenzie interinali e compagnia cantante. E qui, per raccomandazione, non s’intende l’utilissima segnalazione di persone meritevoli: questa non è raccomandazione, è solo un grosso aiuto che si dà a chi sta cercando un dipendente e al dipendente che sta cercando un lavoro. Qui per raccomandazione, storicamente, s’intende quando si fa il diavolo a quattro pur d’imbucare un imbecille nel posto sbagliato, scavalcando una lunga fila di soggetti molto più meritevoli. È questa la nostra purissima dannazione.
Che avvenga nel privato è seccante. Che avvenga nel pubblico, è insopportabile. Difatti, tutti lo considerano odioso. Ma quando arrivano nei posti giusti, tutti usufruiscono della leva, anche se sono dei perfetti cretini. Basta guardarsi un po’ attorno per notare, tra una corruzione e l’altra e al di là del merito e delle capacità, il figlio di notaio che diventa notaio, il figlio di farmacista che diventa farmacista (magari grazie ai soldini di papà), il figlio di giornalista che diventa giornalista (magari in RAI), il figlio del bancario che diventa bancario oppure l’immancabile ex primario ospedaliero che piazza la figlia in regione e il figlio, il mio ragazzo tanto timido, però così capace, ma che in realtà è un perfetto deficiente, nell’ospedale che un tempo fu suo e in cui, in un paese civile, mai entrerebbe.
E’ così che ci siamo ritrovati figli di e nipoti di che a qualunque livello hanno fatto e fanno danni: municipalizzate, uffici e consigli regionali, giornali, banche, scuole, università e soprattutto direzioni sanitarie e corsie d’ospedale, mentre chi non ha santi in paradiso, deluso e vinto, si è dovuto accomodare all’estero oppure, come nel caso dei figli del sindaco, fare il precario o l’agente di commercio. E pensare che non ci vorrebbe molto per restituire fiducia ai giovani senza cognome: basterebbe, oltre alle tante inutili riforme del lavoro, riformare l’arte dell’appoggio. Ce la faremo? Se dipendesse da Geraci, sì.
