Editoriali

Provincia: e il comico sarebbe Checco Zalone?

{module Firma_direttore}Alla fine aveva ragione il Checco Zalone del film Quo Vado? Dipendente in esubero dell’ufficio Caccia e Pesca della Provincia, viene reintegrato con lo stesso ruolo e nello stesso ufficio in un nuovo ente che altro non è che la copia del primo, ma con nome diverso: Città Metropolitana. “Cos’è cambiato?”, gli chiedono al telefono. E lui: “Un cazzo!”.

Non è solo una battuta, perché le province sono per davvero vive e vegete. Ce ne siamo accorti domenica 29 gennaio, quando, pur essendo stata annullata la macchina politica, presidente, giunta e consiglio sono stati eletti non dal popolo, ma da sindaci e consiglieri comunali del territorio di un ente che ha mantenuto il sistema dei funzionari oltre ad alcune mansioni classiche (manutenzione delle strade, ambiente, edilizia scolastica) più alcuni nuovi compiti non meglio definiti (come le misteriose «funzioni di supporto ai Comuni»).

Qualcuno, a questo punto, però, direbbe: enti inutili? Non proprio. Intanto, perché la provincia, tra gli organi statali, è quello che comporta meno spesa pubblica (circa 9 milioni di euro annui, l’1% sulla spesa totale, percentuale nettamente inferiore rispetto a quella di Comuni e Regioni). E, tra gli enti locali, è percepito come quello meno odioso dal cittadino, in quanto è (ed era) l’unico che non impone tasse (né addizionali Irpef, né tasse sulla prima casa né Irap; solo Rca auto). Poi, a livello storico-simbolico, le Province rappresentano un’identità importante nell’Italia dei campanili, indicano un senso di appartenenza al territorio che spesso oltrepassa quello cittadino e non coincide con quello regionale. Infine, e a conti fatti, per lo Stato, forse avrebbe più senso accorpare i Comuni e le Regioni, creare circoscrizioni uniche di piccoli Comuni e dare vita alle Macroregioni.

Meno Comuni e meno Regioni, dunque, e lasciamo in pace le Province? Certo, ma a una condizione: che siano inserite in un progetto federalista forte, competitivo, che dovrebbe avere un unico ente intermedio, tra cittadino e stato centrale, che potrebbe essere proprio la provincia; la quale dovrebbe avere potestà esclusiva, compresa quella legislativa, in tutte le materie che le sarebbero attribuite. Tra queste le più importanti dovrebbero essere: la sanità, l’istruzione a tutti i livelli, gran parte della giustizia e dell’ordine pubblico, la previdenza, l’assistenza sociale, la politica fiscale e la potestà statutaria.

Ne andrebbe che le dimensioni di questo ente dovrebbero essere sufficientemente grandi in modo da ripartire il costo principale del suo funzionamento su un numero adeguato di persone, contenendolo, e sufficientemente piccole per consentire un controllo efficace dei cittadini sulle decisioni politiche locali. I vantaggi ad avere enti territoriali e decisionali intermedi così piccoli sarebbero notevoli. Infatti, tutte le istituzioni che avrebbero il potere di tassare e regolamentare la proprietà e la vita dei cittadini, dovrebbero sottostare a due regole: al principio di concorrenza tra gli stessi enti e al fatto che le decisioni, soprattutto le più importanti, sarebbero prese sempre dall’ente più vicino al cittadino, aumentando così il controllo di quest’ultimo sul governo. Tutto il contrario di ciò che avviene oggi con le regioni, veri centri di spreco e di malaffare, ormai sfuggiti ad ogni controllo.

Significherebbe che gli enti più efficienti, sia in termini sociali sia economici (maggiore sicurezza e maggiore remunerazione degli investimenti), attrarrebbero più capitali e più residenti, mentre quelli meno efficienti li perderebbero. Ci sembra evidente che un governo locale che tassa e regola i suoi cittadini e le sue imprese più dei suoi concorrenti, sarà inevitabilmente soggetto ad emigrazione del lavoro, del capitale e degli individui (quindi dei cervelli), e così condannato alla perdita degli introiti fiscali futuri.

Quanto poi al controllo che il cittadino potrebbe esercitare sul governo locale, ci sembra evidente che per le popolazioni locali è molto più facile essere informati sulle decisioni che vengono prese dalla classe politica e, inoltre, la ridotta dimensione della popolazione residente farà sì che la base su cui graveranno i costi delle scelte politiche sia più piccola e il costo pro-capite delle decisioni sia più alto. Facciamo un esempio per capire. Immaginiamo una proposta di spesa dell’ordine di cento milioni di euro l’anno, per la Sibaritide. Se il costo della spesa gravasse su tutti i cittadini italiani, il costo pro-capite sarebbe di soli 17,50 euro a testa. E’ ovvio che, in questo caso, l’incentivo che avrebbe il cittadino a controllare la spesa sarebbe davvero modesto. Se, invece, quella spesa gravasse su una popolazione di 300/400 mila abitanti l’incentivo che avrebbe ogni singolo cittadino a controllare che la spesa sia necessaria e giustificabile è molto più alto, tanto, per potersi permettere il lusso di disinteressarsi agli affari pubblici.

Ma un decentramento del genere, basato sul principio di concorrenza, avrebbe anche il merito di contribuire al ricambio della nostra classe dirigente poiché lì dove si verificassero condizioni sfavorevoli (sotto ogni aspetto) ci sarebbe una maggiore motivazione dei cittadini residenti a sbarazzarsi di chi ha governato male e ha contribuito a rendere l’ente poco appetibile sotto l’aspetto sia economico sia sociale. Sarebbe, questa, la conferma della democrazia intesa come il miglior strumento per sbarazzarsi pacificamente di una classe politica inetta.