Editoriali

Serve una nuova idea di cultura

{module Firma_direttore}Il giorno in cui Giuseppe Geraci formò la sua giunta, per il settore della cultura in ballo ci fu molto di più della nomina del nuovo assessore. Ci fu l’occasione per chiarire l’idea di cultura su cui il sindaco volle investire per la città. Infatti, legando la cultura ai beni culturali fece una scelta che la diceva lunga su quello che sarebbe stato il suo atteggiamento mentale tout-court: bandì dal comune (e non solo per questioni finanziarie) l’eventismo, e cioè il disperante provincialismo di alcuni suoi predecessori, che privilegiarono, anche a costo di far debiti, una concezione della cultura legata al nome da cartellone, all’evento effimero, magari unico, capace di stupire e verso cui dirottarono molte risorse, che se da una parte servirono a ottenere visibilità e qualche immediato consenso politico ed elettorale, dall’altra impedirono alla città di affrontare in dibattiti concreti i problemi specifici della cultura, a cominciare dal più importante: i finanziamenti e la valorizzazione del nostro patrimonio storico e artistico – culturale. Così, oggi, proprio grazie a quella scelta, in comune cominciano ad avere spazio altre idee di cultura: quella feriale, che non si esaurisce nel fuoco d’artificio, ma, al contrario si esercita ogni giorno nelle proprie eccellenze, che hanno fatto diventare questa città, e non solo d’estate, uno dei luoghi più vivaci della Sibaritide dal punto di vista della produzione e del consumo di cultura (vedi le tante serate di poesia, gli eventi e i convegni al castello, la stagione concertistica, il premio Tieri, il festival nazionale del teatro amatoriale, le manifestazioni dedicate al brigantaggio e alla questione meridionale, i concerti al Quadrato Compagna e tante altre cose che ora mi sfuggono). Ora, però, ci sarebbe da fare una scelta più definitiva, che focalizzi l’attenzione sulla valorizzazione e la tutela del patrimonio artistico – culturale. Perché diciamola tutta: il compito delle pubbliche amministrazioni non è produrre manifestazioni culturali (spesso effimere, scimmiottando le dispendiose estati romane tanto amate dai nostri snob di basso profilo), ma predisporre gli strumenti per rendere possibile la produzione culturale, e non solo, soprattutto da parte dei privati, da coinvolgere in misura crescente (perché è illusorio pensare che il comune possa recuperare le risorse necessarie per gestire l’enorme quantità di strutture culturali del nostro territorio. Il comune deve certamente fare al meglio il suo lavoro, che consiste nella tutela del suo patrimonio artistico; ma dovrebbe anche lasciare ai privati, o almeno concordare con loro, tutte le attività di gestione e valorizzazione). Come? Semplice: facendo diventare Corigliano, non una città di eventi, ma una città evento, nel senso di renderla sempre viva e adoperabile dai tanti che volessero visitarne o utilizzarne (mediante investimenti mirati) i suoi luoghi più belli e suggestivi, che così, una volta restaurati e valorizzati (con finanziamenti pubblici, ormai esigui, e, come scrivevamo, soprattutto privati), dovrebbero diventare luoghi sempre aperti, da vivere quotidianamente, dove la gente potrebbe trovare ospitalità, magari facendo dei percorsi culturali, commerciali e enogastronomici. Così, chiese e teatro Valente aperti tutto l’anno per visite, concerti di musica colta, rappresentazioni teatrali e cinema da gennaio a dicembre; edifici storici, castello, palazzi, archeologia industriale e vecchi mulini per iniziative di prestigio e per la cosiddetta movida dell’arte; il Quadrato Compagna e la Torre del Cupo per gallerie d’arte, d’antiquari, rigattieri, mostre e attività artigianali (da rivitalizzare); beni ambientali, vicoli del centro storico e borgo marinaro per quella che abbiamo definito la movida dei quartieri (tra l’altro molto popolare in affascinanti città come Barcellona e Santiago del Cile), via Roma da trasformare nella via del lusso, dove trovare marchi importanti della ristorazione, della moda, del design e delle nostre maggiori aziende di servizi (come TIM, Vodafone, Wind, 3, solo per fare alcuni nomi). Un’utopia? Non proprio, se si riuscirà a mettere da parte quell’idea di cultura grigia e ingobbita, seriosa, schifiltosa nel sporcarsi le mani con le esigenze del mondo reale. Quella cultura che ha sempre guardato di sottecchi chiunque sia stato in grado di guardare al mercato, di muovere valore, di convogliare finanziamenti, di pensare ai conti e alle cifre, senza per questo sminuire la qualità dell’offerta culturale. Com’è un procacciatore di sponsor privati, un perfetto rappresentante di una cultura che non si esilia nelle torri d’avorio delle sue astrazioni chic, che non si sottrae altezzosa al confronto con la realtà, ma ha il coraggio di implicarsi con l’hic et nunc, di essere anche promozionale e imprenditrice senza paura di svilirsi. Insomma, gente che sia capace di abbattere i nostri steccati culturali, così solidi in una città in cui molti vorrebbero la cultura come qualcosa di cui si devono occupare i pubblici poteri. E che possa dimostrarci, col suo operato, che una rappresentazione lirica o teatrale non è meno grande accanto ad un contratto milionario con uno sponsor importante. E’ l’unica strada che abbiamo per far sì che la cultura sia davvero una delle chiavi per lo sviluppo economico e civile di questo territorio e mi meraviglio che la nostra classe dirigente se ne occupi poco. Oggi prevale la concezione secondo cui la cultura serve in quanto rende: se la cultura genera turismo funziona, altrimenti no. Bisogna superare questa visione riduttiva e capire che la cultura è importante di per sé, perché contribuisce a creare un senso di appartenenza e un sentimento civico nei cittadini. E poi sarebbe importante far conoscere il nostro patrimonio artisitico-culturale, proprio per dare ai coriglianesi (e non solo) la consapevolezza di quanto sia ricco il patrimonio artistico della loro città, un patrimonio misconosciuto. Se ci convincessimo del valore sociale della cultura, avremmo fatto crescere la domanda sociale di cultura, in modo che l’opinione pubblica, l’elettorato, i cittadini ne chiedessero di più. Del resto, senza una domanda di cultura, sarà molto difficile continuare a finanziarla. O no?