
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Su gran parte della stampa locale è diventata una specialità: mostrare i nomi dei peccatori della settimana – il peccato, va da sé, è l’essersi smarcati o essere distanti dalla fusione – ridicolizzarli un po’, costruire attorno alle loro frasi e riflessioni (o alle loro assenze) un processo mediatico senza contraddittorio e azionare l’inarrestabile macchina del fango (o quasi). Non si conta il numero di coloro che per i benpensanti si sarebbero macchiati dell’infamia di non aver sposato il progetto della fusione, ossia la grande idea (che nessuno però riesce a spingere oltre il noioso refrain degli uffici da conquistare o la spesa pubblica da aumentare, quando si è sempre detto che la spesa pubblica va diminuita) di alcuni pezzi grossi della nostra classe dirigente, soprattutto rossanese, per rilanciare il territorio delle città di Corigliano e Rossano. Quegli stessi pezzi grossi, come certi politici decaduti o ex principi del defunto foro rossanese, che oggi dimenticano, o fanno finta di dimenticare, con troppa facilità, le grandi responsabilità che hanno e hanno avuto per il fatto che da questo territorio siano stati spazzati via proprio quei presidi istituzionali (come il tribunale appunto) per salvare i quali è nata questa faccenda della fusione, almeno in termini così ridicoli e volgari. Perché, dicono sempre gli stessi pezzi grossi, se si riuscisse a creare una città unica di circa 80 mila abitanti, quindi più grande della stessa Cosenza (che intanto sta cercando di fondersi con le vicine Rende e Castrolibero), aumenterebbe il peso specifico di questo territorio, che così potrebbe non solo conservare tutti quegli uffici già chiusi o in via di chiusura (come se la soppressione del tribunale o lo spostamento dell’INPS, del commissariato e dell’agenzia delle entrate dipendessero dalle oscure trame cosentine), ma addirittura avrebbe la forza per chiedere (e ottenere) con facilità cose finora impensabili, come nuovi finanziamenti (tra l’altro previsti dall’assurda legge Del Rio), l’università, l’aeroporto o addirittura l’alta velocità (e dato che ci siamo perché no una sede staccata dell’ONU o della FAO), che potrebbero creare centinaia di posti di lavoro (improduttivi, aggiungiamo noi), come sostiene, tra un’abbuffata e l’altra, un grosso coglione (tra l’altro coriglianese) di mia conoscenza. E allora se i contenuti del dibattito sulla fusione devono ruotare attorno a questa formuletta miserabile, da scuola elementare (che mi dispiace attragga anche giovani professionisti, il cui pensiero dovrebbe essere orientato più verso idee liberali, a cominciare da quella concorrenza tra enti capace di sostenere la competitività del territorio per attrarre investimenti privati, unici in grado di creare vera ricchezza), è comprensibile il motivo per cui nello stesso dibattito sia negata la dignità di parola a chi questa formuletta potrebbe confutarla in due minuti. Così come è comprensibile il motivo per cui i soliti pezzi grossi della nostra intellighenzia (si fa per dire) ritengano uno scandalo, o addirittura una violazione del pubblico decoro, lasciare liberi di esprimersi quegli “stronzi” che vorrebbero sabotare il progetto di fusione, magari organizzando, sull’argomento, dibattiti veri, aperti alla partecipazione popolare, che trattino temi tabù come quello di voler conoscere su quali seri progetti di fattibilità (statuto provvisorio, conti finanziari, confronti sulle piante organiche, riequilibrio delle rendite catastali e altro) o su quale serio e lungimirante progetto politico (che ci dica, ad esempio, cosa vogliamo che sia questa città unica tra venti o trent’anni: la nuova urbanistica, i trasporti, la sanità, l’ambiente, il turismo, la cultura, l’economia e tante altre cose) si basi l’idea del comune unico oppure quale fondatezza possa avere il ricorso al TAR, proposto da alcuni cittadini coriglianesi, contro le numerose irregolarità che avrebbe commesso il Consiglio regionale della Calabria durante l’iter legislativo che dovrebbe portare alla fusione; irregolarità, tra l’altro, che se fossero vere rappresenterebbero un vero e proprio scippo della sovranità popolare. Ecco, questi motivi, che non riguardano più la sola fusione ma investono anche altri aspetti della vita politica e istituzionale, quali il principio di legalità o la capacità della classe dirigente di avere un pensiero unico sui veri problemi del territorio e, di conseguenza, su come si avvia sul serio un processo di fusione tra comuni, sarebbero più che sufficienti per giustificare quello che alcuni squinternati benpensanti ritengono “l’insopportabile” silenzio di una parte significativa della politica coriglianese, a cominciare dal sindaco Geraci, su un tema così importante. A conti fatti si prova un profondo disgusto quando si apprende che Geraci, per molto tempo icona delle belle anime fusioniste, diventi una specie di mostro quando comincia ad avere qualche dubbio, legittimo (tanto da farlo ammette anche al sindaco di Rossano), sulla fusione quasi da rapina che si sta facendo strada, forse perché si è reso conto che qualcuno sta cercando di truccare le carte mentre sono in corso i giochi per arrivare a un comune unico che così fatto muterebbe l’etica e l’estetica del territorio. Ecco perché, da quel momento, il sindaco, per certi personaggi, appartenenti tutti a un’unica consorteria, è una specie di psicopatico che diffonde idee nauseabonde, un infrequentabile a cui tappare la bocca, da isolare socialmente, con tutti i mezzi. L’esatto contrario di buona parte del popolo coriglianese, che ha salutato il coraggio di Geraci, nel rompere l’omertà mediatica sul no alla fusione, con un bel “finalmente”. Era ora.
