
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Da mesi, come si sa, anche i cani di questa città fanno un gran parlare dell’inevitabilità della fusione tra i comuni di Corigliano e Rossano. Unico strumento, dicono in molti, cani compresi, per mettere insieme intenzioni e forze collettive oggi troppo diverse e disperse. L’ipotesi, in sé, potrebbe anche essere interessante, se non fosse per un punto che sfugge per ora ai più: fare una fusione tra comuni così grossi è di certo importante, ma ancora più importante è definirne lo scopo; non già quello banale di salvare uffici decotti e intercettare nuovi e inutili finanziamenti o promuovere fulminee carriere a politici in decomposizione, ma quello di declinare gli obiettivi per cui le classi dirigenti delle due città vogliono governare insieme un territorio così vasto e ricco. Da qui un governo cittadino, unico, capace di aggregare consenso su una specifica strategia di azione programmatica (tutta politica, intendiamoci). Lo diciamo, inascoltati, sin dai tempi dell’area urbana e della provincia della Sibaritide, ma al momento di discuterne seriamente molti preferiscono irridere chi propone questo tipo di azione per far superare al territorio, delle due città, le sue criticità. Per cui, finora, ha prevalso l’idea, generalizzata, a non declinare in anticipo lo scopo della fusione: bisogna solo farla e in fretta; è un’occasione da non perdere; e poi si deciderà il da farsi. Questa maldestra vocazione, delle nostre miserabili e incolte classi dirigenti, al rinvio delle scelte cruciali, non fa altro che ricalcare la stessa implicita proposta (dateci la fusione, poi pensiamo noi a governarla) che porta a non anticipare alcuna proposta programmatica seria, credibile e innovativa. E non è solo per colpa delle furbizie politiche; in fondo, tutta la cultura collettiva di questo territorio si ritrova insicura nel definire idee e scopi di governo per i prossimi anni. Alcuni scopi li abbiamo già bruciati, soprattutto per non aver chiarito e specificato come si intendesse raggiungerli, per cui risulterebbe oggi pericoloso riproporli nei termini contraddittori, banali e inconsistenti del passato: una generica politica (tutta assistenziale e clientelare) per uscire dalla crisi economica; la fuffa della tutela dell’ambiente e del territorio (per poi favorire inquinamento e abusivismo); l’eterno e vago miglioramento delle infrastrutture e dei servizi (che dopo tanti investimenti sono ancora al punto di partenza); la balla della spending review e della lotta all’inefficienza della burocrazia (sempre peggio); il trascurato principio di legalità e il confuso e spesso propagandistico contrasto alla criminalità più o meno organizzata; e altro ancora. Non molti, è probabile, dopo tutte le chiacchiere che sono state fatte in passato, ci costruirebbero sopra una città unica di possibile successo. In realtà, la crisi della politica e della rappresentanza democratica è troppo profonda per continuare a proporre scopi ormai consumati senza credibilità e un’adeguata carica di immaginario collettivo. Ci vorrebbe qualcosa di più motivante, come è avvenuto nei periodi in cui governo delle città e popolo si sono fusi, nelle coscienze, per essere protagonisti dell’evoluzione socio-economica del territorio (come fu, negli anni 60 e 70 del secolo scorso, quando si dovette decidere sul tipo di sviluppo che avrebbe dovuto caratterizzare questo territorio). Occorre allora riproporre e vivere degli scopi e dei progetti forti, che abbiano una forte credibilità e una certa carica di immaginario collettivo. Non è facile oggi pensarli come obiettivi programmatici; ma è un compito non eludibile per una classe dirigente (politica, amministrativa, economica, culturale) colta, responsabile, che voglia corrispondere ai bisogni profondi di una società stanca della crisi e del degrado; e che proprio per questo duplice condizionamento ha bisogno di stimoli forti e di obiettivi chiari, non di puro esercizio retorico, immaginario, manovrato o coalizzato del potere. Sarebbe a tal fine utile, per un sistema e un territorio che grazie alla fusione stanno ritrovando entusiasmo per i grandi temi politici e la sua dinamica spontanea (questo bisogna riconoscerlo), che non ci si facesse tentare da indebite personali fughe in avanti, astratte e magari dettate da interessi personali e truffaldini, che finora solo il sindaco di Corigliano, Geraci, ha capito; e che le classi dirigenti avessero il coraggio e la responsabilità di porsi il semplice ma complesso scopo di gestire i due grandi processi di lunga durata che caratterizzano questo territorio: da un lato, la lotta all’illegalità e alle mafie (d’ogni tipo, comprese quelle dei colletti bianchi); dall’altro, la dinamica delle cinque/sei filiere che, se affidate al mercato, anche globale, potrebbero farci potenza regionale e nazionale (agricoltura e artigianato di qualità, enogastronomia, piccola e media industria d’eccellenza, commercio, cultura e turismo); dedicandosi nel contempo al rinnovamento dei meccanismi e degli apparati decisionali, burocrazia compresa, senza il quale non si governa la quotidianità dei due processi di lunga durata sopra citati. Per alcuni può essere poco, per altri troppo, ma è bene che non si sfugga all’assoluta necessità di elaborare scopi di governo del territorio ispirati da efficienza e mercato. È la primaria necessità dei prossimi mesi. Solo così si potrebbe costruire una città unica davvero bella, ricca e competitiva. Ecco perché, delle fusioni affrettate e truffaldine possiamo, al momento, anche farne a meno. Perché così come sono, più che uno scopo ci sembrano uno scopone tra quattro amici (coglioni e nullafacenti) al bar.
