Editoriali

Geraci, i silenzi e la nuova Inquisizione

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Per i silenzi di Giuseppe Geraci ho sempre avuto grande ammirazione. Anche nella peggior bufera e nella più accesa delle polemiche sa tacere, come se fosse certo che nulla riuscirà a turbare chi ha da compiere un duro lavoro per le istituzioni e la propria città. Non mi stupisce dunque quanto è accaduto in questi giorni, quando neanche in presenza del decreto del ministro degli interni, che ha escluso ogni ipotesi di infiltrazione mafiosa al comune di Corigliano, c’è stata una forte reazione da parte sua per chiudere definitivamente una brutta storia, che col tempo qualcuno ha cercato di trasformare in una nuova Gomorra. La vicenda è risaputa e ha la sua prima puntata nel marzo scorso, quando al municipio arrivò una commissione d’accesso, inviata, chissà perché, dal prefetto di Cosenza, per verificare se in quelle stanze ci fossero tracce di mafia. Geraci, pur sorpreso, apprese la notizia con grande umiltà e serenità, per cui, da galantuomo qual è e non avendo nulla da temere, sin dal primo giorno collaborò con commissari che mostrarono subito un volto umano, un alto profilo professionale e un grande senso dello Stato. Virtù, invece, che mancarono del tutto a buona parte della stampa e della classe dirigente locale, che mostrando il loro volto peggiore, fatto di viltà, tradimenti, violenze verbali, bugie e silenzi, non persero occasione per screditare ancora una volta la città, chiedendo a piè sospinto le dimissioni del “mafioso” Geraci, a loro avviso colpevole di non essere stato abbastanza trasparente e di non aver sufficientemente vigilato sugli appalti e su alcune spregiudicate operazioni edilizie. Cose false, ovviamente, cui Geraci non ribatté, altrimenti avrebbe potuto ricordare, ai suoi critici, ignoranti e in malafede, che fu proprio lui ad avviare una proficua collaborazione, in fatto di legalità e anticorruzione (coi risultati oggi certificati dalla commissione d’accesso), con la fondazione Trasparenza, dei professori Caterini e Iorio, e a presentare alla magistratura diverse denunce su irregolarità che si verificavano nella gestione di alcuni appalti, del servizio di manutenzione e del cimitero. Così come avrebbe potuto ricordare di tutte le occasioni ufficiali in cui, con la commissione d’accesso sul collo, prefetto, questore e magistrati antimafia lo abbiano pubblicamente elogiato e encomiato per la sua attività. Fatti che, nonostante siano di dominio pubblico (e che una classe dirigente colta e onesta dovrebbe conoscere), non fermarono gli articoli e gli interventi diffamatori, che pur  numerosi non ottennero nulla d’importante, se non un po’ di confusione e qualche polemica nei bar sport dove si tifava per lo scioglimento del consiglio, forse in vista della ridicola fusione con la vicina Rossano. Come si sa non ci furono né le dimissioni del sindaco (che grazie a Dio non perse la testa), né un grande interesse dell’opinione pubblica verso una questione di mafia che si rivelò subito farlocca, tant’è che gli ammirevoli silenzi di Geraci, e il suo far finta di niente di fronte a questa telenovela da basso napoletano, furono la miglior strategia possibile. Ma ora che il caso è stato archiviato, con il decreto di “assoluzione” per il sindaco, non si può più star zitti. Per cui sarebbe ora che più di Geraci parlassero direttori di giornali, giornalisti, politici e pezzi importanti della nostra miserabile classe dirigente, rossanesi compresi, magari per chiedere scusa al sindaco e ammettere che i fatti non andarono come li hanno raccontati e spesso taroccati e strumentalizzati a scopi più o meno leciti, a cominciare dall’ignobile processo di fusione che ha avuto un inizio e una fine, guarda caso, proprio in coincidenza con l’ispezione antimafia al comune di Corigliano, dove alloggiava un sindaco non molto esaltato dall’idea del comune unico. Sappiamo, però, che chiedere scusa, per gente del genere, è impresa difficile se non impossibile, anche perché, per molti, Geraci era e continua a essere un “nemico” nel senso dato alla parola dal linguaggio inquisitoriale cattolico. “Il nemico” è il Diavolo. I “nemici” sono i “colpevoli”, anzi, anche gli indiziati. Sono “parte del nemico” della diabolicità. Sono peccato e colpa. Non più uomini, per i quali, in nome della lotta antimafia, sono applicabili rescritti e diplomi dell’Inquisizione di Spagna. Il “maleus maleficarum”, gli insegnamenti dei Padri Domenicani su come infliggere la tortura. Siamo tornati alla Santa Inquisizione. Altri tempi. Tempi bui.