
{module Firma_Edilberto de Angelis}Sappiamo che il progetto di fusione tra i comuni di Corigliano e Rossano, pur essendo vecchio come il cucco, ha avuto un’inaspettata accelerazione dopo la chiusura del tribunale e il conseguente accorpamento di quest’ultimo a quello di Castrovillari. I soliti benpensanti (politici e commentatori di pronto intervento) hanno vissuto questa morte, per niente improvvisa, come un affronto, dovuto, dicono, alla perdita di peso politico della città e del territorio, tanto da tirar fuori dal cilindro magico, come ultima spiaggia, viste le inutili contestazioni romane, il coniglio della fusione, con la speranza, da buoni illusionisti, che una città più grande possa avere più peso nelle decisioni che riguardano il territorio. Costoro, duri e puri della protesta, hanno sbagliato tutto, intanto perché non sanno che il peso politico di un territorio non è dato dalla quantità dei suoi abitanti, ma dalla qualità e dalla correttezza della sua classe dirigente, giudici e avvocati compresi. Poi perché non conoscono o fanno finta di non conoscere molte cose di quel tribunale, che probabilmente hanno influito sulla soppressione. Sorvoliamo su produttività e sconcezze accadute negli anni, sulle quali si sono già espressi autorevoli organismi statali, e concentriamoci invece sulle disfunzioni di quel tribunale. Ce ne hanno raccontato tante in tutti questi anni, piccole e grandi, ma abbiamo sempre preferito sorvolare, tenere un profilo basso, per non appesantire un clima già teso di suo. Una segnalazione, però, che ci ha fatto sorridere e giuntaci proprio in questi giorni di calma piatta dopo la tempesta referendaria, scatenata proprio dalla chiusura del tribunale, che ha sancito la vittoria del sì, non possiamo fare a meno di raccontarvela, perché ci permette di intuire le motivazioni di certe scelte, partendo da un paragone sulla funzionalità tra i tribunali di Rossano e Castrovillari. E’ un piccolo caso, un’inezia, ma efficace per capire come vanno le cose di giustizia da queste parti. Coinvolge tre dipendenti dell’ASP, i quali dopo aver ricevuto, dalla propria dirigenza, un provvedimento disciplinare a dir poco risibile, presentarono ricorso, con lo stesso avvocato, allo stesso modo e con le stesse motivazioni, al tribunale di Rossano. Il quale, dopo più di un anno, con due sentenze, un rimpallo tra giudici e motivazioni di poche righe (forse dovute a un esame poco approfondito dei ricorsi?), diede ragione all’ente. Direte: e il terzo ricorso? E’ andato a sentenza solo di recente, e non a Rossano, già chiuso, ma al tribunale di Castrovillari, dove, con oltre dieci pagine di motivazioni precise e dettagliate (sarà stato eccesso di zelo?) da parte di un giudice, è stato accolto punto per punto, con tanto di condanna per l’ente, che dovrà cancellare le sanzioni e risarcire il dipendente. E’ ovvio che qui siamo in presenza di una storia incredibile, che, insieme con tante altre, purtroppo anche più gravi, ma dello stesso tenore, la dicono lunga sulle motivazioni che spinsero il governo nazionale a sopprimere il tribunale di Rossano. Altro che scarso peso politico, qui siamo in presenza di un tribunale che ci ha fatto passare dalla culla del diritto alla tomba della civiltà. Altra spiegazione non esiste; esiste solo il diritto di ogni cittadino, anche il peggiore e nel peggiore dei posti, ad avere non un tribunale sotto casa, ma un tribunale che decida velocemente, sia giusto ed efficiente, dia certezza del diritto e la sensazione che la legge sia davvero uguale per tutti. Se questa è giustizia, meglio i tribunali afgani, che al confronto delle nostre strutture, sembrano un paradiso terrestre, perché la sharia, ahimè, significa anzitutto certezza del diritto. Fantastico.
