Editoriali

Questa città non ha bisogno di odiatori e arrabbiati

{module Firma_Edilberto de Angelis}Nei prossimi mesi, i partiti che si candideranno a governare la città (unica o no poco importa) si ritroveranno a confrontarsi e a scannarsi su molti temi più o meno appassionanti e credibili, ma tra i tanti argomenti che finiranno al centro della campagna elettorale ce n’è uno che costituisce il vero spartiacque tra le due città invisibili che si andranno a confrontare da qui alle elezioni. Da una parte, la città della rabbia. Dall’altra, la città dell’orgoglio. La città della rabbia abbraccia un pezzo di società trasversale (che abbiamo visto all’opera nei giorni in cui Corigliano è stata sotto osservazione del ministero dell’interno) che mette insieme odio, brutalità e risentimento e seppure queste realtà abbiano tra loro sfumature diverse al centro della città della rabbia c’è un metodo unitario che costituisce il vero motore di questo particolare approccio politico: l’idea che la città e il territorio siano in mano a una banda di ladri, di mafiosi, di incompetenti, di truffatori, di corruttori e che l’unico modo per riportare la nostre città a un’età dell’oro sia, semplicemente, sostituire questa classe dirigente con un’altra classe dirigente. La città della rabbia è una città orrenda, disgustosa e senza idee che ha però un suo chiaro messaggio elettorale che coincide con il pubblico degli arrabbiati. La città dell’orgoglio (composta da tutti coloro che non vogliono demolire tutto per costruire sulle macerie ma che vogliono rendere più forte un palazzo che ha già solide fondamenta) è una città che non si vede e che ancora fatica a trovare i nomi giusti e i volti giusti (dicasi classe dirigente) che le permettano di incarnare un sentimento che oggi è più che maggioritario: la fake news che descrive la città come un luogo povero, disperato, corrotto, distrutto, da buttare via. Fake news perché il 2017, almeno per Corigliano, è stato un anno importante, in cui la città ha fatto registrare significativi passi avanti dal punto di vista della regolarità della guida politica e amministrativa (certificata dal decreto del ministro dell’interno), delle finanze comunali (con il successo del piano di rientro approvato dalla Corte dei Conti), del miglioramento della raccolta dei rifiuti (con la differenziata giunta al 59 per cento), delle infrastrutture (con il lungomare di Schiavonea ultimato e consegnato alla città) e dell’economia (con un turismo che è ritornato a crescere). Per cui le basi per mettere in campo una città dell’orgoglio che sfida una città della rabbia ci sono ma per poter rappresentare in modo efficace quel pezzo di società positivo e ottimista e non sfascista che considera i professionisti della rabbia più pericolosi della peste esiste solo un modo che vale per tutti coloro che si dovessero candidare alla guida della città: smetterla di personalizzare la campagna elettorale mettendo al centro di tutto la propria figura e cominciare a fare una campagna elettorale mettendo al centro di tutto quello che gli arrabbiati non possono permettersi. Ovverosia, una classe dirigente che possa incarnare il messaggio di una città e un territorio che non cerca lo sfascio ma cerca il benessere, magari partendo da ciò che di buono è stato già fatto. Il vero tema dei prossimi mesi (a meno che non si voglia passare il tempo a parlare ancora di fusione, commissione d’accesso, assunzione della nuora del sindaco e di altre banalità) sarà questo e dalla prossima settimana Lo Strappo Quotidiano proverà a raccontarvi su quale classe dirigente partiti e movimenti politici potrebbero scommettere, per poter vincere con la forza dell’orgoglio il cialtronismo dei professionisti della rabbia e dell’odio.