
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Uno spunto da cui partire per capire l’ultima fase politica di questa città è il comunicato stampa con cui il sindaco di Corigliano ha spiegato, ai cittadini, come stanno in realtà le finanze comunali. Ebbene, i dati dicono che Geraci lascia un comune in buona salute, in cui l’indebitamento, negli ultimi cinque anni, si è ridotto di ben 33 milioni di euro. Una vera e propria inversione di tendenza, come ci riferisce qualcuno ben informato, voluta dal sindaco sin dall’inizio di un mandato che ha avuto come primo obiettivo quello di migliorare i servizi e i conti senza alleggerire le tasche dei contribuenti, riuscendoci. Un’impresa, tra l’altro realizzata da un uomo solo, che si sarebbe potuta trasformare in qualcosa di più grosso, un miracolo, se solo Geraci non avesse avuto alle sue spalle un gruppo politico e consiliare indolente, poco attrezzato culturalmente, senza carattere e dalla personalità debole e inaffidabile, che non è stato capace di sostenerlo nei momenti e nelle scelte più difficili, come sono state le emergenze terrificanti cui ha dovuto far fronte, a cominciare proprio dal dissesto finanziario. Un’impresa, quindi, da cui la politica ora dovrà prendere spunto, magari per replicarlo nella città unica, quando sarà chiamata a inserire nel futuro Documento unico di programmazione (il nuovo strumento di finanza locale che da un paio d’anni ha sostituito la Relazione previsionale e programmatica), due concetti che pur sembrando banali sono stati fondamentali per il rilancio della città di Corigliano: il primo si è basato sul recupero di nuove risorse, che non hanno avuto ricadute sulle spalle dei contribuenti (magari attraverso l’eliminazione di estese sacche di evasione ed elusione), il secondo su un rigido controllo della spesa. Una voce, quest’ultima, da sempre incubo degli amministratori, che ha fatto spesso da ostacolo allo sviluppo socio-economico delle nostre città, poiché maggiore spesa significava maggiori tasse. Che poi è ciò che è riuscito a evitare Geraci, il quale avendo un certo fiuto nel sentire i malesseri della città, con le sue virtuose manovre finanziarie (senza inasprimenti fiscali) ha ridotto quella sfiducia reciproca tra il comune e i suoi cittadini che impedisce al territorio di crescere. Non è un caso, infatti, che Geraci in questi ultimi cinque anni abbia spesso citato la questione dell’evasione fiscale, che qui è diventata endemica, poiché frutto sia della cattiva educazione di chi non vuole pagare a prescindere da chi e come governa, sia della sfiducia che i cittadini hanno nei confronti delle istituzioni, soprattutto locali, così avvezze a imporre tasse. Perciò ecco la necessità di ristabilire questa fiducia, magari trasformando l’impresa in miracolo, che vorrebbe dire togliere oggi una parte della tassazione sui rifiuti, domani abbassare qualche aliquota oppure istituire una linea telefonica diretta con il fisco comunale e il proprio dossier fiscale. I miracoli sono impossibili? Pensiamo proprio di no, specie se si crea una nuova classe dirigente, come potrebbe accadere con la città unica. Ci vuole solo una grossa volontà riformatrice: cambiando l’atteggiamento nei confronti dei contribuenti e l’opacità dell’apparato burocratico. Come si comprende il cambiamento è a portata di mano. Tutto sta nel farlo in fretta, prima che la nostra carrozza, in un mondo sempre più veloce, si stacchi definitivamente dal treno delle città più vivibili ed evolute.
