
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Pensavo che la partecipazione, cui assistiamo già da tempo, di alcuni quaranta/cinquantenni, imprenditori e professionisti, alla vita politica della città fosse positiva, poiché l’idea che un gruppo di “volti nuovi”, ritenuti fin’ora indifferenti e poco affidabili sul piano politico, cominciasse a dedicare un po’ del proprio tempo alla vita pubblica, avrebbe fatto emergere nuove idee e un nuovo modo di concepire e affrontare i problemi del territorio. Invece, mi sbagliavo: il prodotto di quest’impegno si è rivelato uno schifo, perché basato su personaggetti che ancora usano argomenti e metodi della vecchia politica (del tipo: la corruzione, il favore, la clientela). Infatti, leggendo o ascoltando le parole di questi “volti nuovi” o seguendone i comportamenti, ho scoperto che c’è un bel pezzo di classe dirigente locale, che pur facendosi passare per nuovo essendo anagraficamente nuovo, costruisce la propria identità sul non avere un’idea nuova della città che vorrebbe o proprio sul non avercela. Per cui il risultato è ciò che abbiamo sotto gli occhi: una società in cui questi personaggetti invece di aprire un gigantesco dibattito su quello che è il nostro vero problema, e cioè uno statalismo asfissiante e criminogeno, che ci rende tutti pezzenti, schiavi e delinquenti, hanno accettato anche loro questo sistema e, imparandone in fretta i meccanismi, a sfruttarlo alla grande. Come? Semplice, col solito metodo: aggirando le leggi. Con la corruzione, l’imbroglio, la clientela, la truffa. E allora qual è il grande non detto, in questa situazione? È ancora una volta l’economia di relazione, il solito “a Fra, che te serve”, che s’innerva in quest’attività di lobby volgare e laterale, fatta di favori, di ricatti, di promesse, di posti di lavoro fasulli, di appalti che verranno ancora pilotati, di società eterodirette dal Palazzo. E, badate, non è anomalo il fatto che le classi dirigenti si parlino, che amministratori comunali e politici diano del tu a imprenditori e professionisti, che esistano robusti circuiti relazionali. È così dappertutto, poiché le relazioni ovunque sono importanti. Ma non sono, non possono essere, l’unico appiglio (tra l’altro coperto con un manto di perbenismo e moralismo) su cui costruire una carriera (anche politica oltre che professionale) o un successo imprenditoriale. Quanti perfetti cretini conosciamo, che qui occupano una posizione apicale soltanto perché testimoniano il potere relazionale di un’altra persona? Potere relazionale la cui più sfacciata e muscolare manifestazione è circondarsi di idioti. Fregandosene dell’interesse generale. Questa opacità diffusa, questo lobbismo d’accatto, non sono solo l’habitat naturale dei praticoni e dei faccendieri. Sono anche il risultato delle prediche dei moralisti. I moralisti vogliono uno Stato incorruttibile che sia tutto, e una società nulla. Ma, quest’idea, vecchia, è già di per sé fallimentare, poiché la vera sfida generazionale deve essere una sfida di modernità e di libertà, deve essere esempio di rottura degli schemi del passato, anche prossimo. Così per sottrarsi a una condizione di perenne schiavitù, la giovane classe dirigente dovrà convincersi che occorre rivendicare più libertà, più responsabilità e più rischio (d’impresa) in ogni settore della nostra vita pubblica e privata. Che deve essere smantellato quel sistema statalista (criminale e criminogeno) che fa comodo tenere ancora in piedi solo a una vecchia classe dirigente dal cui linguaggio (imitato dai giovani) sono stati banditi capacità, meriti, responsabilità e concorrenza. Ecco perché il futuro si dovrà guardare nell’ottica liberale di drastica riduzione della dimensione del potere pubblico, di una nuova fiscalità (no tax area estesa a tutto il Sud), di un nuovo welfare, di nuove forme di sicurezza e legalità (magari privatizzando le polizie locali), di concorrenzialità e libero mercato, di nuove politiche del lavoro, dell’ambiente e del territorio (ecologia di mercato e città private). E’ battendo su queste cose che il fattore generazionale avrà una portata rivoluzionaria qui al Sud, altrimenti se la giovane classe dirigente insisterà ancora su cose vecchie allora stiamo solo perdendo tempo, sia per le richieste in sé, che sono ridicole e uguali a quelle di chi li ha preceduti, sia perché il modello di società che ha in mente è già morto prima ancora di nascere. Il nuovo è sempre stato temuto, e per questo spesso emarginato, perché ha costretto le vecchie generazioni a farsi da parte o a mettere da parte le vecchie idee che hanno incatenato la discussione politica in questo e in altri territori. Se vogliono crescere per davvero, le nuove generazioni devono da subito mettere da parte tutto ciò che è già morto, perché loro sono la vita. Prima lo faranno meglio sarà, per tutti. Auguri.
