Editoriali

Nuova 106, dalla padella del nuovismo alla brace della stupidità

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Tutto ciò che proviene dai comici involontari della politica locale, soprattutto del Movimento 5 Stelle e dell’associazionismo fusionista, mi diverte un mondo. Come lo spassosissimo botta e risposta, che c’è stato in questi giorni, sulla nuova statale 106 bis, tra gli eroi del nuovismo che, tra un’abbuffata e l’altra, questo cazzo di mega lotto dicono di volerlo a tutti i costi, per un fatto di sicurezza e perché le infrastrutture ben sviluppate, come una variabile indipendente da ogni altro fattore di crescita, riducono le distanze tra le regioni e fanno crescere l’economia (alla maniera della fallimentare politica economica democristiana, basata sulle costosissime e inutili cattedrali nel deserto), e i campioni del mondo della stupidità, che dicendo “no” alla nuova opera, per via delle presunte infiltrazioni mafiose negli appalti, oltre a coprirsi di ridicolo si sono coperti anche di viltà, perché una classe dirigente (si fa per dire) che si arrende alle cosche senza combattere non può che essere vile oltre che stupida. Pazzesco. Ma, passando alle cose serie, se è fuori discussione che l’economia meridionale abbia bisogno di grandi opere è anche vero che, proprio per eliminare ogni forma di dubbio, ci sia bisogno di un nuovo approccio, più liberale e moderno, al problema. Ciò non è difficile, basta partire dal presupposto che non tutte le infrastrutture servono allo stesso modo, e non tutte servono “a ogni costo”; basta capire che è essenziale trovare un meccanismo che, senza gravare sulle finanze pubbliche (il cui utilizzo scatena le polemiche), sappia discriminare tra le opere indispensabili, quelle utili, e quelle inutili o dannose (le “cattedrali nel deserto”, appunto, che non stimolano la crescita ma distruggono risorse, come è stato col nostro porto) e il gioco è fatto. E’, in altri termini, importante capire che non esiste un’astratta “domanda d’infrastrutture”: esiste una concreta domanda di infrastrutture specifiche, necessarie a decongestionare alcune tratte o a creare collegamenti diretti tra aree che hanno bisogno di comunicare, perché interessate da un processo economico consolidato o in fase di crescita. L’unico modo per allineare domanda e offerta di infrastrutture, allora, è lasciare l’iniziativa ai privati che, in quanto orientati al profitto (magari attraverso il project financing), per definizione non investono in opere (a priori) inutili. Solo depoliticizzando le infrastrutture, quindi levandole dalle mani di questi imbecilli, è possibile individuare quelle che realmente servono, perché solo queste possono ripagarsi e se si ripagano possono trovare sul mercato i capitali necessari, senza bussare alla porta del governo. Ciò non significa che la politica non abbia alcun ruolo, perché soprattutto per le infrastrutture autostradali, come hanno di recente dimostrato alcuni studi, senza un quadro legale certo, i privati non alzano un dito. Dunque, alla politica non bisogna chiedere soldi, bisogna chiedere di astenersi da iniziative estemporanee e capricciose, di qualunque natura esse siano. In alcuni casi, poi, è necessario correggere la regolazione in modo da eliminare i conflitti di interesse, come nel trasporto ferroviario, o aprire determinati settori, come quelli di porti e aeroporti, ai capitali privati. Insomma, le infrastrutture possono costituire un volano per la ripresa, ma solo se emergono da una dinamica “bottom up” e se intercettano una domanda reale. Le grandi opere servono se servono: altrimenti, scusate il gioco di parole, non servono. O meglio, servono solo a speculatori, faccendieri e politicanti. Appunto.