Editoriali

Perrone, la gogna e i veri mostri di Comune Accordo

{module Firma_Edilberto de Angelis}Fatta salva l’esigenza (per la verità, poco avvertita da chi i giornali li scrive e evidentemente anche da chi li legge) di aspettare che si accertino i fatti prima di emettere un giudizio, il quadro che emerge dalle inchieste di questi ultimi giorni è sconfortante, poiché dimostra che le persone indagate nella vicenda Comune Accodo, per la stampa e l’opinione pubblica sono già colpevoli, quindi altro non sono che feccia, i mostri di cui parlare a cena e sui marciapiedi, i ladri da insultare pubblicamente, le canaglie da far smettere di lavorare, i criminali le cui famiglie non possono più uscire di casa perché c’è sempre qualcuno che le guarda con sospetto e le deride, pronto a chiedersi come ci si possa sentire a essere i parenti della canaglia. Quanto desiderio di linciare i presunti carnefici sappiamo manifestare continuamente, magari dopo aver letto e ascoltato testimonianze e intercettazioni da cui non si capisce un cazzo e da dove non emergono mostri, ma solo vittime di un sistema, criminogeno, che meriterebbero commiserazione più che derisione. Quanto desiderio e anzi sete di processi sommari violenti, di giustizia morale istintiva: dopo aver letto articoli di merda che si propongono di condannare pubblicamente alcuni imprenditori e tecnici comunali (la cui unica colpa potrebbe essere stata quella di non aver segnalato anomalie nelle gare d’appalto, forse per il solo fatto di non fidarsi di questo stato e di questa giustizia, che spesso i collaboratori onesti li abbandona) e incitare alla condanna di altri uomini, sempre più incalzante, sempre più trionfante, sembra davvero che la rivoluzione moralista, e la resa dei conti universale tra guardie e ladri, debba passare attraverso la distruzione di un essere umano, di molti esseri umani, innocenti fino a prova contraria, padri e madri di famiglia fino a prova contraria. Corruttori, ladri, delinquenti, farabutti, concussori. E chi, come noi, si sente a disagio di fronte a tanta violenza e sciatteria cieca, forse è complice del corruttore, del concussore, del ladro. Anzi, chi si sente a disagio è già un farabutto. Non si può nemmeno distinguere fra giudizio morale e giustizia penale, perché durante i linciaggi non ci si può abbandonare alla riflessione, ai ragionamenti, ai distinguo. I diritti umani, la dignità delle persone, le garanzie costituzionali: tutto va a farsi fottere di fronte alla sete di colpevolezza e giustizia sommaria. Ma una cosa dovremmo averla imparata, anche se fra un minuto ricominceranno: i linciaggi li fanno sempre i peggiori: i mediocri, i rancorosi, i frustrati, gli invidiosi, gli ignoranti, i falliti. La giustizia è un’altra cosa. La giustizia in uno stato di diritto è forte perché è distaccata, imparziale, perché se non ci sono gli elementi per dimostrare la colpevolezza, assolve. Archivia. Libera. Il giudizio morale, che ognuno costruisce dentro di sé, è qualcosa di molto diverso. E poi c’è la gogna: la gogna inserisce il tuo nome tutti i giorni sui giornali, sulla rete, sui marciapiedi, la gogna insulta su Facebook, non ha bisogno di prove e non pensa mai, realmente, alle vittime, alle persone, alle famiglie, ai figli. Procede cieca e tronfia, infiammata, certa di cancellare il male e di ricostruire anche per sé, e per sempre, una coscienza pulitissima. Questa gogna fa paura perché impasta la violenza con un’idea morale di giustizia di massa, sommaria, un giacobinismo giustizialista a cui bisogna accodarsi per dimostrare di esserne degni, per non essere i prossimi. A questa idea di giustizia collettiva, di ingiunzione collettiva, bisogna ribellarsi, anche in solitudine, magari chiedendo una specie di diritto all’oblio, per chi è indagato, prima che arrivi una condanna definitiva. Giusto per evitare di fare vittime innocenti con la gogna mediatico-giudiziaria. Questa sì che sarebbe una grande battaglia, di civiltà e di umanità.