
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Incontro, per strada, un caro amico, che prima degli arresti domiciliari da coronavirus vedevo la mattina al bar, per il solito caffè. Il quale, mentre mi saluta a distanza di sicurezza e con mascherina fatta in casa, mi fa: “Ma secondo te, quando questa merda di virus sarà debellato, staremo meglio o peggio?”. Gli rispondo che non so se staremo meglio o peggio. Certo saremo diversi, o almeno lo spero, perché questo clima di isolamento coatto ci obbligherà a pensare che quando torneremo alla normalità, troveremo un paese gravemente ammalato, che in qualche modo mette a rischio tutti noi: non già in termini sanitari, ma culturali, economici, sociali. Eravamo fragilissimi ed è successo quello che non doveva succedere: aziende e attività chiuse, scambi bloccati, un’economia in ginocchio, al limite della fame, rapporti sociali interrotti e istituzioni delegittimate dall’emergenza. E poi la vergogna estrema: il regime emergenziale ci ha mostrato una società di coglioni, incapace di ragionare e discutere, reagire: desiderosa soltanto di avere comandi a cui ubbidire, felice di vivere in uno stato di polizia, avere gli sbirri sotto casa e, perché no, il telefono controllato. Il punto cruciale, però, è che fra qualche tempo,dovremo fare i conti, soprattutto qui al Sud, con una crisi acuta e drammatica, che potrà condurci verso una situazione ancora peggiore oppure offrirci un’opportunità di ricostruzione. Non è facile, oggi, trovare ragioni di ottimismo. Lo so. Un dato però è chiaro: il virus ci ha detto che i problemi sono mondiali e locali, e che lo stato nazionale, centralista, tricolore, è finito, si è schiantato contro la realtà. Il virus viene dalla Cina e ha colpito soprattutto le nostre realtà locali, con regioni e città chiuse ermeticamente, stremate, sfiduciate. E se da una parte c’è bisogno di sviluppare relazioni internazionali che aiutino ad affrontare queste sfide, dall’altra c’è la necessità di agire localmente: dove si sa e si può intervenire meglio e subito, come hanno dimostrato Lombardia e Veneto. Ecco, quando dovremo ricostruire, bisognerà rifiutare il fallimentare stato nazionale e centralista che la storia ci ha imposto e rafforzare le comunità locali. Per rinascere, quindi, dovremo tornare al medioevo delle libertà, dei comuni, della concorrenza istituzionale, per liberare tutte le energie e responsabilizzare i territori: bisognerà lasciarci alle spalle questo centralismo cialtrone, per puntare forte su quel federalismo concorrenziale su cui noi, in perfetta solitudine, puntiamo da anni, partendo proprio dal Sud. E oggi, gli eventi appena accaduti ci stanno dando ragione, perché sarà proprio il Mezzogiorno a farci sperare per il futuro. Infatti, i dati sul coronavirus ci dicono che il Sud, dove l’epidemia ha colpito di meno, ripartirà per primo, per cui potrebbe diventare, almeno temporaneamente, un punto di riferimento produttivo per il Nord e potenzialmente per l’Europa. Potrebbe avere un’occasione irripetibile per stimolare occupazione e produttività e ridurre i divari territoriali. Occorre però che le sue classi dirigenti si preparino in fretta, puntando sul mercato e sul federalismo concorrenziale: d’altronde è ormai chiaro che continuare a giocare di rimessa sarebbe una strategia perdente. Qui, bisogna che il Sud, anzitutto, decida di vivere di mercato e nel mercato, eliminando quella mentalità che ha fiaccato la voglia di fare dei lavoratori meridionali, rendendoli pigri e fatalisti, e che vede nell’imprenditore una specie di “nemico del popolo”. Poi deve ridare agibilità al mercato, oggi inceppato da una serie di ostacoli insormontabili (a cominciare dalla criminalità), e dotare il proprio territorio di maggiore capitale sociale. Infine, deve pensarsi come un’area che ha tutti i problemi di una regione debole, senza averne però i vantaggi, perché, in effetti, quando un territorio è povero per attirare gli investimenti dovrebbe avere un costo del lavoro contenuto, una tassazione bassa e una regolazione moderata. Quando ci si trova in queste condizioni, non è difficile crescere anche al ritmo dell’8% all’anno. Il guaio, però, è che il Sud non può decidere autonomamente il costo del lavoro, il livello della tassazione e della regolazione, l’entità degli stipendi pubblici. E per giunta è invaso da una grande quantità di denaro prodotto altrove, che finisce per indebolire la società e accrescere la dipendenza dalla politica di lavoratori, imprese e professionisti. Queste sono le ragioni più vere del dissesto meridionale e ognuna di loro potrebbe trovare un rimedio se solo si potesse ragionare con serenità in merito a una possibile soluzione allo sfascio presente che tutti avversano: il federalismo. Il resto, fatto di vecchie strategie stataliste e assistenzialiste, è un lusso che non ci possiamo più permettere. Si esce dalla crisi con il federalismo, col mercato, con l’industria. Si esce dalla crisi col dinamismo imprenditoriale. Si esce dalla crisi con la tenacia di chi ha competenze, le mette in pratica, sa fare il suo mestiere e comprende i propri limiti. Ora, davvero, non si può più fallire. E’ un’occasione storica. Non sprechiamola.
