Editoriali

Ecco come l’epidemia distruggerà la classe dirigente del cemento e dell’arricchimento ingiustificato

{module Firma_redazione}Ci sembra evidente che in questo momento ognuno di noi più che pensare alla fase surreale che sta vivendo, pensi a quella che vivrà dopo, quando, attenuatesi la pandemia da coronavirus, bisognerà concentrarsi sul riacutizzarsi della pandemia politica sottotraccia che minaccia, da lungo tempo, le istituzioni, l’economia, il tessuto sociale, e che dovrà presto diventare oggetto di dovute riflessioni e critiche. E quando diciamo “riflettere” sulla pandemia politica che ci minaccia, intendiamo dire che bisognerà porsi seriamente il problema del ricambio dell’attuale classe dirigente, la cui evidente inadeguatezza è provata dalle sue piccole e grandi nefandezze che le hanno impedito di perseguire l’interesse generale e avere una visione complessiva del benessere della società, con la conseguenza di provocare enormi danni al tessuto sociale e al territorio. E non solo in termini materiali, com’è avvenuto con la rete ospedaliera, che negli ultimi vent’anni ha subito chiusure e tagli di personale e ora non ha sufficienti posti (soprattutto in terapia intensiva), quanto per le occasioni che abbiamo perduto, in tutti questi anni, per via di una élite ignorante, spregiudicata, priva di senso civico, attenta solo al proprio tornaconto personale, anche il più volgare, povera di idee e di coraggio, incolta e vittima di paradigmi morali e culturali arretrati. Così, mentre crescevano le esigenze di modernità del territorio e i cittadini chiedevano una maggiore qualità della vita, la nostra classe dirigente si è sottratta al compito che la storia le ha affidato, soprattutto quando la si metteva a confronto con quelle di altre città e altri territori, in cui sono state fatte scelte coraggiose. Un esempio? La città di Milano. Certo imparagonabile alla nostra, per dimensioni, ricchezza, livello culturale, ma utile a capire come agisce una classe dirigente illuminata, moderna, aperta, colta, che ha senso civico. E’ un fatto di metodo, di mentalità, di cultura, da prendere a esempio. Perciò, mi piace ricordare la scelta che fece, qualche anno fa, a Milano, una delle più importanti famiglie d’imprenditori, i Feltrinelli, che pensò di realizzare, nella zona di Porta Volta, la nuova sede della Fondazione intitolata a Giangiacomo Feltrinelli. Una decisione coraggiosa, che fu più facile del previsto grazie al comune di Milano, che non bloccò l’idea dei Feltrinelli di riconvertire lo storico deposito di legname dell’azienda di famiglia in viale Pasubio, per realizzare al suo posto un grande edificio per ospitare l’enorme archivio della Fondazione, oltre ad ampi spazi aperti al pubblico, agli uffici, a sale lettura, a una grande libreria. Destra e sinistra furono d’accordo: perché fin da subito capirono che quell’investimento privato rappresentava un vantaggio per l’intera comunità. Oltre a ritrovarsi un pezzo di città riqualificato, i milanesi avrebbero avuto anche accesso a un patrimonio culturale capace di contribuire ad accrescere la qualità della ricerca e della formazione in una società moderna ed europea. Un caso analogo si verificò quando la famiglia Pirelli, in fase di riconversione dell’ex area industriale della Bicocca, contribuì a regalare alla città di Milano il teatro degli Arcimboldi. Sono casi emblematici, utili però a farci capire che una classe dirigente è degna di questo nome quando è formata da una èlite che oltre a essere ricca e anche consapevole della propria funzione storica e delle proprie responsabilità sociali, tanto da essere disposta a mettere in gioco anche ingenti risorse per operazioni, non necessariamente speculative, che cambiano e modernizzano una città e un territorio. Pensate, invece, cosa sarebbe accaduto qui da noi, dove la classe dirigente che a Milano si sente investita di un ruolo guida nello sviluppo urbano, semplicemente non esiste. Anche qui si potrebbe discutere a lungo sui motivi. Ma nulla ci toglie dalla mente che se in un’area urbana a ridosso del centro della città (com’è avvenuto in tante occasioni che non starò qui a elencare) qualcuno avesse posseduto un’area o un vecchio magazzino di legnami da ristrutturare, farne la sede di una fondazione culturale sarebbe stato il suo ultimo pensiero. Ci scommettiamo che avrebbe proposto di farne brutte palazzine da vendere un tanto al metro quadro. Ingaggiando una violenta battaglia con gli uffici comunali, che magari alla fine avrebbero ceduto. Negli ultimi quarant’anni è sempre andata così e questo spiega l’assenza di buona architettura e di coraggiose scelte urbanistiche, con edilizia residenziale seriale e orrenda, di scarso valore abitativo e commerciale. Un andazzo che ha distrutto il territorio, seminando cemento e arricchimenti ingiustificati, ma anche corruzione. Che altro dire?