
{module Firma_redazione}Il buon Francesco Rotella, mi offre, di primo mattino e attraverso una metafora, uno spunto di riflessione sul terribile momento che stiamo vivendo. Mi dice, che lui, nonostante le difficoltà e i disagi dovuti al virus, “continua a vedere il bicchiere mezzo pieno”, nel senso che tanti sono i motivi che lo spingono a essere ottimista, primo fra tutti “la riscoperta delle virtù e dei veri valori della vita, quali lo spirito di sacrificio, gli affetti, la famiglia, l’etica del lavoro, che comunque non si dovrebbero mai perdere di vista e che noi, nei momenti facili, abbiamo forse dimenticato frettolosamente”. E’ un’osservazione interessante, che sento di condividere, perché quando gli uomini ripartono dai valori forti non si può che essere ottimisti e avere fiducia per il futuro. In tutti, perché in fondo Francesco ci dice che l’epidemia è stata una straordinaria occasione per fermarci a coltivare la nostra vita interiore, riflettere sull’uomo e sul senso della vita, sul futuro e di come dovrà (e non potrà) essere. Però, e scusatemi se mi viene spontaneo farlo, in questa fase catastrofica c’è anche da pensare al bicchiere mezzo vuoto, che non è legato alle conseguenze socio-economiche del cosiddetto lockdown, né alla perdita improvvisa delle nostre libertà, tramite atti amministrativi incostituzionali che gridano vendetta e spingono alla rivolta, ma a una riflessione, che potremmo definire di tipo intimistico, sull’essenza della nostra umanità, cui mi spinge la lettura de “La scienza nuova” di Gianbattista Vico. Il quale, scriveva che “La parola umanità deriva da humare, inumare, dare sepoltura”. E’ un’etimologia forse fantasiosa, forzata. Ma poco importa, perché contiene un fondo di verità. Infatti, ciò che separa l’uomo dalle bestie è proprio il fatto che solo l’uomo piange i propri morti, li seppellisce e li ricorda e che per questo senza riti funerari non c’è umanità degna di questo nome. Nessun animale seppellisce il proprio simile. Ecco perché penso che una delle cose più terribili di questo momento spaventoso, il famoso bicchiere mezzo vuoto, appunto, è che, per salvaguardare la vita, a tutti i costi, i malati sono abbandonati, lasciati morire da soli, senza che i loro cari non possano dire loro addio, e che le cerimonie funebri sono ridotte al minimo indispensabile. Né che si possa piangere sulla loro tomba, poiché questi idioti hanno chiuso i cimiteri, che poi è l’unico posto dove ci si interroga sul senso della vita e sulla condizione umana. Perché solo lì ci si chiede chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. E’ solo lì che riusciamo a dare un senso alla vita. E l’unica cosa che mi viene in mente per descrivere questo ignobile momento, deciso da gente vile, è ciò che disse, pochi giorni fa, uno dei miei tanti maestri: “Cosa siamo disposti a fare pur di sopravvivere”. Speriamo che questa merda di emergenza con tutto il merdaio umano che l’ha contrassegnata e gestita, finisca presto, perché più a lungo ci si abitua a vivere, e a morire, in condizioni così ignobili e degradanti, da animali, appunto, più a lungo sarà difficile ricostruire rapporti intersoggettivi autenticamente umani, più a lungo sarà difficile vedere il bicchiere mezzo pieno. Pur con tutto il rispetto per il bicchiere mezzo pieno che, come dice Francesco, già c’è ed è consistente. Guai se non fosse così. Guai a uccidere la speranza, l’ultima a morire, per citare un luogo comune.
