Editoriali

Ecco chi può evitare la rivolta che da domattina rischia di scatenarsi contro le banche

{module Firma_redazione}Pensiamo che domattina centinaia di piccoli imprenditori del nostro territorio si recheranno in banca per chiedere il famoso prestito da 25 mila euro, garantito dallo stato, attraverso il decreto 23 dell’ 8 aprile 2020, alle PMI messe in crisi dallo stupido e incauto stop imposto dal più incapace e pavido governo della storia repubblicana. La speranza è che tutto vada bene, anche se la lettera inviata dai sindacati dei bancari al ministro dell’interno, per chiedere maggiore vigilanza, in quanto si temono episodi di violenza agli sportelli, non tranquillizza, poiché, nonostante il governo abbia fatto grandi promesse e detto che nessuno resterà indietro, molte imprese non vedranno un soldo. Vediamo perché. Intanto, le banche non avranno l’obbligo di concedere il prestito e poi, per via della scarsa chiarezza del decreto (una delle tante), alcune di loro non saranno pronte a dare agli imprenditori una risposta adeguata, perché non avranno attivato circolari e procedure interne per spiegare ai propri dipendenti come muoversi. Poi, i 25 mila euro non saranno per tutti, ma solo per le imprese che nell’anno precedente abbiano messo a bilancio almeno 100 mila euro di ricavi. Per gli altri la cifra sarà inferiore. Motivo? Il testo di legge prevede la soglia massima del 25% dei ricavi dell’anno prima. Quindi se parliamo di cifre inferiori a 100 mila euro, il prestito per forza di cose sarà più basso. Basterà un’autocertificazione, certo, ma è altrettanto vero che parliamo di ricavi e non di fatturato. E i primi, si sa, sono più bassi. Insomma, da domattina, agli sportelli delle nostre banche ne vedremo delle belle. Con imprenditori in difficoltà alla disperata ricerca dei 25 mila euro promessi da Conte e chi lavora allo sportello costretto suo malgrado a spiegargli perché quella cifra non l’avranno mai. Non per tutti sarà così, è ovvio, ma gli episodi di tensione non mancheranno. Anche perché, non va dimenticato, le banche avranno l’obbligo di verificare che gli imprenditori non siano destinatari di provvedimenti giudiziari (quali?), non siano incorsi in esclusioni dettate dal codice dei contratti pubblici (forse il DURC e il CRIF?) e che abbiano accettato il diritto del Fondo di garanzia ad avviare controlli, verifiche e ispezioni e a rivalersi, sulle imprese, in caso di mancato rimborso del prestito. Ecco, tutto ciò ci fa pensare che in casi come questo più che delle forze di polizia ci sarebbe bisogno della presenza di un esponente del governo o, in assenza, della maggioranza che sostiene questo governo d’incapaci, che spiegasse agli imprenditori disperati perché gli è stato promesso quello che non si poteva mantenere. E poiché qui in città abbiamo ben quattro parlamentari che sostengono il governo dell’avvocato di Foggia e di conseguenza ne approvano i decreti, gli consigliamo di presentarsi, di primo mattino, davanti alle banche proprio per stemperare le tensioni che ci saranno. Sarebbe un bel esempio per dimostrare che ciò che differenzia una classe dirigente dal resto della società sono valori forti quali il coraggio, la verità, la responsabilità e, perché no, lo spirito di sacrificio, anche a costo della propria incolumità fisica. Fu ciò che fece, nell’ora più buia dell’Inghilterra e poco prima della seconda guerra mondiale, quel Winston Churchill, politico di razza e premio nobel per la letteratura, cui l’avvocato di Foggia si paragona incautamente. E per capire quanto incautamente basta solo sentirlo parlare.