
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Cammino per strada, dopo essere uscito dalla mia casa romana, pensando di poter fare una passeggiata terapeutica in tutta tranquillità, quindi sperando che nessuno mi rompa i coglioni. Saranno circa 200 metri, attorno casa, e scelgo di non passare per la via principale. Preferisco un percorso più tortuoso, per allungare un po’ il tragitto e incontrare meno persone. Dopo pochi passi mi supera lentamente un’auto dei carabinieri. Ho l’impressione che rallenti. Va oltre. Io, comunque, sono tranquillo: non ho in tasca l’autocertificazione, perché avendo la stampante rotta e non potendola riparare so che loro, i poliziotti, devono averne una da compilare. Noto che auto e persone sono poche. Lo erano anche nei giorni scorsi, ma ora sono leggermente aumentate, per cui il silenzio surreale dei precedenti pomeriggi lavorativi si è attenuato, nonostante i decreti del governo e le ordinanze regionali e comunali, anche contraddittori e incomprensibili, abbiano via via limitato spostamenti e uscite. La misura dell’emergenza crescente ce l’ho avuta a partire dai primi di marzo, quando entrando al bar “Il Buco” prima ho trovato meno tavoli del solito, per distanziare i clienti, poi, nella fase più acuta dell’epidemia, la chiusura. Da allora vivo senza la mia piccola routine quotidiana. In fondo, non bisogna dimenticare, che la vita è fatta anche di piccole cose, anzi forse è fatta soprattutto di piccole cose: prendere un caffè o andare al ristorante con gli amici, tornare a casa a piedi, salire in auto e andare dove cazzo ti pare, senza dover dar conto al primo coglione che incontri e che si sente per una volta un padreterno. Siamo passati dai caffè e dalle cene con gli amici a buttare i rifiuti per uscire almeno in cortile. La spesa oltre a una necessità è un diversivo, un’azione quasi trasgressiva, che in questa situazione fai attenzione a non ripetere tutti i giorni perché potresti pagarla cara, come un ladro. Uscire è anche un’occasione di ritorno alla normalità, anche perché per tornare alla normalità non sappiamo quanto tempo ancora ci vorrà, considerando le stronzate che dicono scienziati inconsistenti cui politici incapaci vanno appresso. Uscire è anche a suo modo una forma minima di resistenza: ai cretini, al coronavirus e al rischio di diventare ostaggio degli apparati dello stato: la burocrazia e i poliziotti ti stanno addosso, per cui non è facile muoversi negli angusti spazi resi ancora accessibili dalle ultime norme, rispettando distanze, precauzioni, limitazioni. In casa c’è tutto e quello che manca puoi ordinarlo. Pure la pizza ti portano, la spesa no, perché i siti dei supermercati sono andati in tilt. Sei connesso. Potresti non uscire mai, anche senza coronavirus, e scivolare progressivamente verso l’isolamento, che non sarebbe neanche male quando ti tiene lontano dai cretini, che dappertutto abbondano. Forse il destino distopico post coronavirus sarà questo. Uscire “sfruttando” le finestre previste dal governo, dal presidente della regione, dal sindaco, non è una forma di egoismo irresponsabile. E’ un piccolo spazio di normalità consentito. Così come andare nella farmacia di fiducia. Ci vado in auto, perché non è esattamente nel quartiere dove vivo. Arrivo a destinazione, è presto e sono uno dei tanti clienti in fila e tutti mascherati. Le farmaciste sono bravissime e gentili come sempre, ma questa volta non riesco a vedere i loro tranquillizzanti sorrisi poiché sono tutte protette da un vetro e bardate come i medici della terapia intensiva, con mascherine e occhialoni. Mi faccio riconoscere, ordino, ritiro i medicinali, pago ed esco. Torno a casa, lascio l’auto e mi accorgo che, in lontananza, dal mio stesso lato mi viene incontro un uomo con un cane. Non posso fare a meno di riflettere: “Perché non porto a spasso il cane di mia figlia? Averlo al guinzaglio è un lasciapassare perfetto. Nessuno mi romperà mai i coglioni. In fondo gli animali hanno più diritti degli umani”. In ogni caso scendo dal marciapiede e cammino in mezzo alla strada, tanto di auto non ne passano. I pochi sguardi che incrocio sono sospettosi. Evocano uno scenario da caccia all’untore. Punto sul supermercato, un centinaio di metri più avanti, aspetto il turno fuori, entro, compro alcune cose e le imbusto, così ho la giustificazione evidente alla mia presenza in strada. Rumore zero, o quasi. Mentre cammino verso casa con il mio bottino in bella evidenza, da una strada laterale sbuca un’auto della polizia che procede lentamente. Mi sento come quelle persone, viste in tanti film, che durante le guerre cercano di passare inosservate, magari per portare da mangiare al fronte. La volante avanza a passo d’uomo e, non so perché. Penso, esagerando decisamente, che questa forse è la “nostra guerra”, ma subito me ne pento ricordando i racconti di mio padre e della sua prigionia in Germania, in un campo d’internamento, e quelli di mia nonna quando, da casa sua, a Corigliano, udiva il rumore delle bombe alleate che cadevano su Sibari e la sua stazione. L’auto della polizia, intanto, si avvicina. Magari uno dei due agenti ha notato le buste col marchio del supermercato, il mio lasciapassare. Magari decide di controllarmi. Ok, tanto se mi fermano ormai sono a due passi da casa e ho anche i medicinali. Però potrebbero notare lo scontrino e lo scontrino è di una farmacia distante. So per certo che un mio amico è stato fermato mentre era al bancomat e i vigili hanno voluto vedere l’autocertificazione e conoscere il tragitto nel dettaglio e accertarsi che non avesse deviato dal percorso più breve e stesse facendo semplicemente una passeggiata, uno dei delitti più gravi in questo periodo. I poliziotti mi affiancano, proseguono, vanno oltre. Sono quasi a casa e posso dire che anche oggi ce l’ho fatta, a usufruire, da innocente, della mia ora d’aria. Manco fossi Totò Rina, che a differenza del sottoscritto all’ora d’aria aveva diritto e nessuno, almeno in quei sessanta minuti, gli rompeva i coglioni. Ma a voi, questa vita di merda, non fa un po’ schifo?
