Editoriali

C’è una rivolta contro la Santelli, che pagheranno le aziende: con l’usura

{module Firma_redazione}Parliamoci chiaro: mentre Jole Santelli riapre immediatamente attività produttive quali bar, ristoranti, pizzerie e agriturismo, ma a condizione che rispettino alcune regole di sicurezza, il sindaco di questa città, con una propria ordinanza, richiude tutto (anche se qui è da giorni che non si registra un nuovo caso di contagio). Lo fa forse perché ritiene non ci siano le condizioni per stare tranquilli e che i suoi concittadini non siano affidabili e quindi non meritevoli del rispetto e della fiducia che invece gli ha accordato, con un gesto di grande responsabilità e coraggio, la Santelli. Misura legittima, dunque? Probabilmente sì, perché col caos istituzionale che regna, grazie alla confusione che ha creato il governo dell’avvocato di Foggia, ci sta di tutto. Un governo, tra l’altro, che seppur infarcito di meridionali, ritiene i calabresi, con sprezzo del ridicolo, dei minus habens (che dopo la decisione del presidente della regione potrebbero buttare le mascherine, infrangere il “distanziamento sociale” e affollare ristoranti e bar) al punto di diffidarli, se prendono il caffè al bar, tramite uno dei suoi ministri più ridicoli: Francesco Boccia, noto soprattutto per essere il marito della bella e simpatica Nunzia De Girolamo, che non sappiamo ancora come l’abbia sposato. Ma sorvoliamo. Non sorvoliamo, invece, sulla posizione del sindaco, cui, per orientarsi, consiglieremmo di leggere o di ascoltare ciò che ha risposto l’assessore alle attività produttive del comune di Milano a baristi, ristoratori, pizzaioli, parrucchieri, estetisti, barbieri e commercianti d’ogni tipo, quando, nei giorni scorsi, hanno consegnato al sindaco Sala le chiavi dei loro negozi, perché, hanno detto, non serviranno a riaprire i locali quando il governo lo permetterà: il primo giugno saremo tutti morti e non a causa del virus, ma di fame. Cristina Tajani, questo il nome dell’assessore, ha detto ai rappresentanti dei commercianti che le chiavi dei negozi dovrebbero “essere prese in consegna dal governo e dalla Regione che attraverso i loro provvedimenti possono garantire una più veloce riapertura delle attività”. Quindi, se abbiamo ben capito, l’assessore alle attività produttive del comune più ricco e importante d’Italia che, con tutto il rispetto dovuto, probabilmente qualcosa in più di Stasi e dei suoi collaboratori, compreso l’assessore al ramo di cui ignoriamo il nome, dovrebbe sapere, anche per le dimensioni del problema e della ricchezza che è in gioco, si è rimesso alle decisioni del governo e soprattutto della regione, cui spetterebbe il compito della riapertura. Da noi, invece, il sindaco, che evidentemente ci vuole cornuti e mazziati, ha impedito a decine di aziende di ripartire, nonostante la Calabria, con l’ordinanza del presidente della regione, abbia già riaperto, con le dovute precauzioni, le attività. Buon senso avrebbe dovuto spingere Stasi a fare ponti d’oro ai commercianti, magari avviando coi loro rappresentanti un confronto per organizzare e facilitare le riaperture. Quindi, discutere sulle misure di sicurezza, in modo da verificare se le regole sono certe, controllabili e soprattutto sostenibili dal punto di vista finanziario, magari con la possibilità di sollecitare il governo a far arrivare i finanziamenti promessi e mai arrivati e di abbattere tasse e imposte locali per aiutare le aziende, a cominciare da quella per l’occupazione del suolo pubblico, per l’eventuale ampliamento delle attività all’esterno, per finire alla TARI e all’IMU, oggi sospese, e non cancellate, causa epidemia. Ciò anche per evitare che certi atteggiamenti estremamente prudenti, del primo cittadino, possano avere risvolti criminogeni, nel senso che possano favorire forme d’illegalità, come il lavoro nero, cui diversi commercianti e artigiani si stanno ormai affidando, magari in attesa di chiudere definitivamente, e l’usura, visto il crescere dei debiti, per tenere in piedi aziende che non possono lavorare. Che guarda caso, in un contesto in cui la criminalità è crollata di circa il 66 per cento, è l’unico reato in forte crescita (solo nel mese di marzo si è registrato un aumento del 9,1 per cento). Sarebbe una lettura semplice per chi abbia un minimo di dimestichezza col mondo del lavoro autonomo, che oggi non ricevendo aiuti concreti né dal governo né dalle banche, deve mettersi nelle mani di chi gestisce questo pericoloso fenomeno: le mafie, cui persone attente alla legalità, come Flavio Stasi, si sono sempre opposte. E per capire la pericolosità del momento basta leggere ciò che dice, ormai da giorni, il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho. Il quale, nel corso di un collegamento video con la commissione Finanza e Attività produttive della Camera, ha spiegato: “Il rischio dei prestiti a usura c’è. La criminalità mafiosa ha un patrimonio straordinario. Dal traffico degli stupefacenti incamera 30 miliardi di euro l’anno. Il suo problema non è la liquidità, ma il reinvestimento delle sue ricchezze, che offrono con forme persuasive a imprenditori in difficoltà”. Come dire: grazie al coronavirus la criminalità organizzata si arricchisce ancora di più. Come si comprende quella che stiamo vivendo, causa virus, è una fase molto difficile e delicata della nostra vita, in cui, a tutti i livelli, c’è bisogno di un governo, una guida, qualcuno o qualcosa che cerchi di darti una mano anziché romperti i coglioni tutte le volte che può. La gente, come abbiamo più volte verificato, in casi d’emergenza, sa adattarsi e riesce anche a fare da sola: ma non sempre. Perché ci sono casi in cui le persone hanno bisogno di credere che una cosa sia vera “perché l’ha detta persino il sindaco”. Bisogna capire che sono queste persone, fragili psicologicamente (e chi non lo sarebbe dopo due mesi di arresti domiciliari) le prime vittime di decisioni sballate.