
{module Firma_redazione}Sì, c’è rancore, paura, disperazione, rabbia e voglia di prendersela con qualcuno tra chi, pochi giorni fa, è sceso in strada a Cantinella per denunciare lo stato di abbandono e di degrado in cui versa oggi la popolosa frazione di Corigliano. Ma è una rabbia, indirizzata soprattutto verso il sindaco, su cui, in questo momento di grande difficoltà, non si può far altro che sorridere, perché espressa con gli stessi schemi stantii del passato, che ci spingono a pensare che l’organizzazione degli agglomerati urbani basata sulla regolamentazione pubblica sia ormai superata, finita. E l’opinione pubblica deve capirlo, magari partendo dal presupposto che ai comuni, oggi, non si può chiedere più nulla, poiché sono tutti falliti, a causa delle note difficoltà finanziarie del paese, ragion per cui i cittadini devono percorrere nuove strade, che prevedano lo sviluppo di comunità volontarie, città private e, quindi, di forme innovative di produzione e gestione di attività di largo interesse. Infatti, per molti servizi pubblici (come strade locali, gestione dei parchi, polizia, spazi sportivi o culturali, illuminazione pubblica, rifiuti), che oggi di norma dipendono da enti di stato o a partecipazione pubblica e che sono di qualità pessima, nonostante una fiscalità sempre più onerosa e aggressiva, bisogna passare da una gestione monopolistica, fornita di solito dal comune, a una privatistica. Ed è la ragione per cui, al fine di trovare una soluzione, sulla scorta di realtà di altri paesi, bisognerebbe immaginare che anche nella nostra città possano esserci quartieri e aree in cui beni e servizi a interesse diffuso non siano forniti da un soggetto pubblico (che, tra l’altro, non ha più un centesimo) ma da privati. E simili spazi di autogoverno potranno svilupparsi e crescere solo se quanti fanno uso dei servizi non siano costretti a pagare due volte: finanziando l’iniziativa (privata) di cui usufruiscono e anche quella (pubblica) a cui non sono interessati. Se insomma vivo in un condominio indipendente che ha proprie biblioteche e centri sportivi, che cura da sé il verde e fa la manutenzione delle strade e dell’illuminazione pubblica, che raccoglie i rifiuti e spazza le strade, è giusto che quanto meno abbia una riduzione delle imposte locali, dato che l’ente pubblico non deve sostenere oneri. Certo, tutto questo non sarà facile da realizzare né da metabolizzare, perché dipenderà sia dalla lungimiranza degli amministratori locali, sia dalla capacità dei cittadini a capire le potenzialità di questa innovazione, che prevedendo, anche da noi, la presenza di imprenditori in spazi comuni che erano tradizionalmente monopolizzati (e gestiti male) da politici e burocrati, farà crescere il valore degli immobili (perché nei quartieri dov’è c’è maggiore decoro e maggiore sicurezza, le case valgono di più). E credetemi, non è impossibile che il tema dei cosiddetti “supercondomini”, di cui una ventina di anni fa si occupavano solo pochi sognatori libertari, su sconosciute riviste, entri nell’agenda della politica locale: basterebbe che qualche autorevole esponente politico riuscisse a capirlo e poi a svolgere un’efficace azione persuasiva nei riguardi degli amministratori locali e il gioco sarebbe fatto. Infatti, se qualcuno invece di ripiegare sulla gestione delle piccole e miserabili faccende quotidiane si innamorasse dell’idea di liberare la città e dare spazio a logiche competitive, la città condominiale si potrebbe inserire nell’agenda della commissione statuto e regolamenti da poco eletta dal consiglio comunale. La vicenda, come capirebbe anche un deficiente, è interessante in sé, poiché sottrarre la città al controllo urbanistico e amministrativo (e alla politica) è fondamentale se si vogliono allargare gli spazi di libertà. Ed è interessante anche capire che il progetto delle comunità volontarie, quindi di realtà che si autogestiscono e di conseguenza rivendicano almeno uno sgravio dei tributi da pagare, è un’idea forte, che non sorprende abbia fatto breccia in varie realtà di certo più evolute della nostra. Speriamo che qualcuno capisca quello che sta accadendo e non guardi più il nuovo tempo con gli occhi del passato. Non sappiamo quello che accadrà da qui a breve, ma una cosa è certa: la cecità di politici e classe dirigente non porta mai nulla di buono e stiamo facendo di tutto per restare dannatamente ciechi.
