Editoriali

Il ponte della vergogna e non dell’orgoglio. Appunti

{module Firma_redazione}Sono passate poche ore da quando le massime autorità dello stato hanno inaugurato il nuovo ponte di Genova. Una grande opera, progettata da Renzo Piano e costruita da Salini Impregilo, che arriva a circa due anni esatti dal crollo del vecchio ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto del 2018, che causò la morte di ben 43 persone. Lo hanno definito un nuovo miracolo italiano questo ponte, perché è stato realizzato in un anno, quando in paesi come l’efficientissimo Giappone ce ne sarebbero voluti almeno tre. Finalmente qualcosa di cui essere orgogliosi, hanno detto i rappresentanti istituzionali in occasione del taglio del nastro, perché quando si vuole in Italia le cose si possono e si sanno fare. Peccato, però, che in questa giornata di festa nessuno si sia permesso di ricordare che quello di Genova non potrà mai essere il ponte dell’orgoglio italiano. Più semplicemente sarà quello della vergogna italiana. Perché qui, ci sembra sia stata dimenticata in fretta la lezione strategica che il crollo del Morandi dovrebbe averci impartito e che ci dice, banalmente, che in Italia per poter far funzionare le cose occorrono le tragedie, dopo le quali, una volta finita la rabbia istintiva del primo momento, tutto ricomincia daccapo. Infatti, non c’è stata ancora alcuna seria riflessione su ciò che accadde il 14 agosto 2018, di cui furono responsabili sia il concessionario della struttura (che gestirà anche la nuova) sia lo stato, che non verificò se il vecchio Morandi riceveva la manutenzione di cui aveva bisogno, non c’è il colpevole di quelle 43 morti e soprattutto non c’è alcun provvedimento strutturale per ciò che riguarda la semplificazione delle procedure burocratiche e le leggi che bloccano, in Italia, le opere pubbliche, a cominciare dall’orribile e criminogeno codice degli appalti (sospeso in occasione del nuovo ponte), frutto avvelenato della sciagurata e infelice stagione di mani pulite e delle sue creature, di cui i grillini sono oggi la parte più ridicola e putrescente. Forse, in tutto questo voler apparire senza fare, tipico della classe dirigente italiana, un piccolo spiraglio si potrebbe vedere nelle parole di Toti e Bucci, commissari alla ricostruzione del ponte, i quali hanno detto che se i sindaci e i presidenti di regione avessero in mano poteri di legislazione più forti rispetto a quelli attuali, avrebbero maggiori opportunità di far bene in materia di opere pubbliche. Questo è certamente un punto, ma estendere i poteri in un paese ben corazzato contro la diffusione dei pieni poteri non è semplice e la questione ancora aperta dell’autonomia differenziata sta lì a dimostrarlo. Ecco perché dobbiamo trasformare il ponte di Genova nel simbolo, senza retorica, di un paese che vuole più autonomia. È il momento di ricominciare a parlare di federalismo. Per questo dico che finché tutto ciò non diventerà realtà il ponte di Genova per noi resterà il ponte della vergogna.