Editoriali

Dal Covid si salvano solo i dipendenti pubblici, ma non mostrano alcuna solidarietà. Appunti

{module Firma_redazione}Com’era prevedibile, e nonostante il totale disinteresse della gente, il sì alla riduzione dei parlamentari ha avuto la meglio. Ciò non ci stupisce, perché nei confronti della politica (e dei politici) da anni, possiamo dire sin dai tempi di mani pulite, si sta costruendo un’opera di totale sputtanamento, di cui sono stati e sono responsabili alcuni partiti, come il Movimento 5S, fortunatamente avviato al tramonto, e giornalisti che si sono presi gioco della cosiddetta “casta”, facendola apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come la responsabile di tutti i mali di questo paese. Peccato, però, che coloro che tanto si danno da fare per delegittimare la rappresentanza politica e parlamentare, la stessa energia non la spendano nei confronti dei veri privilegiati di questo paese, che sono tutti coloro che dispongono di un “posto fisso” e intoccabile, ovviamente pubblico, e che non devono dar conto a un elettorato, che in qualunque momento potrebbe sloggiarli, e che durante il lockdown, pur con le dovute e lodevoli eccezioni (in particolare quelle di medici e infermieri), non hanno avuto alcuna conseguenza dalla crisi da Covid-19. Ce lo ricorda una provocazione, lanciata di recente sui social, che prova a fare una comparazione tra alcune categorie del settore privato, come il commercio, l’industria, il turismo, l’artigianato, lo spettacolo, che hanno pagato un prezzo molto alto al virus, e la pubblica amministrazione, dove nessuno, considerando che ha avuto anche la possibilità di lavorare (poco) da casa, ha pagato dazio per ciò che è accaduto. In fondo, dicono sui social, non ci sarebbe nulla di male se il settore pubblico, in cui nessuno è stato licenziato, pagasse “una modesta trattenuta da redistribuire a chi è rimasto senza un impiego o ha dovuto chiudere la propria azienda”. È un’iniziativa interessante, che ci spinge a riflettere sulla possibilità che agli statali, soprattutto a quelli più pagati (tipo magistrati, manager e alti dirigenti), sia chiesta, da parte di uno stato concentrato solo a punire gli autonomi, una qualche forma di solidarietà verso i più deboli. Atteggiamento che ci fa pensare a uno stato che se dev’essere solidale deve meglio distribuire i costi della crisi, per poter aiutare quanti vivono sul mercato e hanno difficoltà a vivere di mercato. Ecco perché a noi liberali e libertari, che da sempre diciamo che per risolvere i problemi di questo paese sono necessarie riforme liberali che facciano fare allo stato un grosso passo indietro a vantaggio dei privati (soprattutto in settori strategici quali scuola e sanità), la proposta lanciata dai social piace, perché è meno radicale e di sicuro più condivisa e comprensibile, nell’immediato, dalla gente. La quale si rende facilmente conto di quanto sia ingiusto un sistema in cui una buona parte del paese se ne fotte della crisi, potendo godere di protezioni che vanno oltre l’indecente, non essendo mai chiamata a rendere conto del proprio operato, a cominciare dalla produttività. In fondo sarebbe un misero contributo di solidarietà: qualcosa che in passato lo stato ha imposto senza alcun problema ai titolari di pensioni superiori a una certa soglia. L’intenzione è far sì che a una solidarietà solo retorica si sostituisca una un po’ più autentica. Sarebbe già un passo avanti, nonostante tutto.