Editoriali

Il ritorno dei vecchi partiti, se non ora quando? Appunti

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Devo essere sincero, la politica, soprattutto in questo periodo, mi fa schifo e forse per una forma di masochismo di cui soffro me ne occupo da più di trent’anni, durante i quali sono cambiate tante cose, a cominciare dai partiti. Che, una volta, erano quelli tradizionali, storici, i quali avevano sezioni locali che erano delle vere e proprie scuole di politica. Infatti, chi voleva occuparsi della cosa pubblica si iscriveva a un partito dove iniziava un lungo percorso di formazione, durante il quale oltre a pensare all’affissione dei manifesti e ad aprire e chiudere la sezione, ascoltava. Insomma, un lavoro umile e duro di apprendistato, che gli appassionati di politica, soprattutto giovani, facevano volentieri perché aiutava a fare quell’esperienza, sotto l’occhio vigile degli anziani, utile a capire e ad apprendere l’arte della politica e dell’amministrare. Solo dopo questo rodaggio, abbastanza lungo, quelli più capaci e meritevoli o solo più svegli potevano aspirare a una candidatura in consiglio comunale, che poteva così dare il via a una carriera più fortunata, da parlamentare o consigliere regionale. Questo era il normale percorso dei politici di ieri, che tra l’altro ha sfornato leader, anche locali, che oltre a saper leggere e scrivere e ad avere capacità e visibilità professionali avevano idee su quello che poteva o doveva essere lo sviluppo di un paese o di una città. Quando, a livello comunale e in assenza dell’elezione diretta del sindaco, si doveva formare una nuova amministrazione (compresa l’elezione del primo cittadino, che avveniva in consiglio) la preoccupazione era quella di identificare, tra gli eletti, i più esperti e idonei a ricoprire quegli incarichi, anche dal punto di vista familiare e del curriculum professionale e culturale, cui i partiti davano poi una mano nella stesura di un programma gradito alla maggioranza consiliare. Lavoro difficile, che di solito richiedeva settimane se non mesi di mediazioni e compromessi. In ogni caso questo rito era accettato e praticato da tutti sotto l’occhio critico dell’opposizione. Ottenuto il voto del consiglio comunale, il sindaco e la giunta non sempre attuavano il suddetto programma, perché distratti dalle mille questioni cui dovevano far fronte per restare alla guida della città. Ecco perché l’instabilità era di casa e sindaci e giunte duravano poco. Oggi, invece, tutto è cambiato, perché se da una parte, con l’elezione diretta del sindaco, è stata eliminata l’instabilità, dall’altra, finita l’epoca dei partiti tradizionali, si sono imposti partiti e movimenti improvvisati, formati da veri e propri idioti senz’arte né parte, per non dire altro, che si sono impossessati delle istituzioni, soprattutto locali, senza avere curriculum professionali, esperienza e cultura, non solo politica, per cui il risultato sono sindaci, maggioranze e opposizioni inguardabili e incapaci di disegnare una prospettiva per la città e il territorio. Perché la logica, oggi, è quella di raccattare quattro decerebrati e metterli al vertice delle istituzioni, comuni compresi, senza pensare che i nuovi arrivati siano delle nullità rispetto ai vecchi politici che si erano fatti le ossa nelle sezioni dei partiti dove avevano appreso il mestiere. E il risultato di questo scadimento della politica è sotto gli occhi di tutti: si scrivono programmi lunghi e sconclusionati, che oltre a rimanere lettera morta sono incomprensibili perché elaborati da veri e propri cretini, si eleggono sindaci e si nominano improbabili e anonimi assessori che non hanno mai amministrato neppure un condominio. Insomma siamo al delirio, che ha rincoglionito i cittadini. I quali non sanno più a che santo votarsi, avendo provato sulla propria pelle di tutto, anche la sciagura dell’antipolitica, che si è rivelata un vero e proprio disastro, liberarci dalla quale sarebbe comunque vantaggioso, soprattutto a livello locale. Quindi, meglio i politici di trent’anni fa, almeno erano più rispettabili e presentabili, oltre che nell’aspetto fisico, di sicuro più curato, anche in quello professionale. Come non rimpiangerlo quel periodo, come non rimpiangere quel clima, quelle intelligenze, quei confronti, quel valore sociale nel deserto di oggi. Don Gaetano Martino, ministro degli esteri di Alcide De Gasperi e firmatario dei trattati di Roma, diceva al figlio Antonio, economista e già ministro dei vari governi Berlusconi, che prima di fare politica avrebbe dovuto affermarsi nella vita professionale. Vedendo chi oggi calca il palcoscenico della politica, c’è da dargli ragione. Da vendere.