Editoriali

Caro Giorgio, ti vorremo sempre bene

{module Firma_direttore}Il Commendatore, com’era affettuosamente definito, ci ha lasciato. Una stupida e improvvisa malattia ha avuto la meglio sulla fibra di Giorgio Aversente, 74 anni, uno degli imprenditori più geniali, tenaci e dinamici che questa città abbia mai avuto, uno che ci ha raccontato, meglio di chiunque altro, cosa potrebbe essere questa terra se solo sfruttasse al massimo le sue potenzialità, il suo capitale umano. Giorgio era un uomo simpatico e di successo, molto ricco, perché era riuscito a costruire il suo impero con sacrificio e valorizzando il meglio di uno spirito imprenditoriale fino a quel momento estraneo a questo territorio: prodotti di qualità, capacità di innovare, sviluppo aziendale prudente e al tempo stesso coraggioso, piena fiducia ai collaboratori. E poi una famiglia solida, coi figli tutti in prima linea a dargli una mano. E che mano. Giorgio cominciò a lavorare molto giovane, vendendo frutta e verdura nel centro storico, con il padre, Giovanni, altro noto commerciante della città, altra persona amabile e di grande umanità, anche se la svolta avvenne negli anni ’70, quando decise, con gran fiuto e contro lo scetticismo di tanti, di vendere auto di un prestigioso marchio euro-americano caduto in disgrazia: la Ford. E fu subito Fiesta, come si direbbe, poiché fu proprio il lancio di un nuovo modello di utilitaria (la gloriosa Fiesta, appunto) che lo fece sfondare, dando il via a quella meravigliosa avventura aziendale che è oggi il Gruppo Aversente, realtà ben piantata a Corigliano, città di cui Giorgio era orgoglioso e da cui non si volle mai staccare, tanto da volerla arricchire di numerose altre attività in settori impegnativi e delicati quali l’agroalimentare, il turismo, le televisioni. Aziende che creò come lui: piene di valori fondamentali, intramontabili, sicure delle proprie capacità e riservate, perché quando decidono di fare qualche scappatella in altri settori, come quello dei resort di lusso, ad esempio, ottengono una veloce e costante crescita (come il Mulino) e perché quando selezionano i dipendenti, che sono il loro punto di forza e devono sapere il fatto loro, lo fanno all’interno, col Commendatore sempre in prima linea. E la storia del gruppo Aversente è proprio questa: quella di aziende guidate dal “buon padrone” che è anche un imprenditore geniale, che fino all’ultimo ha preso le scelte strategiche e si è impegnato a inventare novità. Ha sempre venduto prodotti di grande consumo ma con uno stile tutto particolare, impresa e marketing, abilità produttiva e talento commerciale. Aversente è cresciuto anche grazie a un talento raro: l’affabilità, l’umanità, la simpatia, la disponibilità, la capacità di coinvolgere la gente, di motivare i collaboratori e il coraggio di fidarsi. Famosi i suoi siparietti con i clienti, quand’era capace di offrire caffè e clementine a tutti o di consegnare autovetture sulla base della sola parola: “prenditi la macchina e vattene, poi me la paghi”. Questo era il suo credo di persona amabile e rispettabile, seria e valorosa, sana e indistruttibile, di persona che già di primissima mattina era nelle sue aziende con vista su produzioni e capannoni. E poi i dipendenti (tanti), che hanno sempre rappresentato per lui oltre che una risorsa anche una specie di grande famiglia, che si allargava dappertutto. E fu proprio l’amore per la sua terra e per la sua gente a spingerlo, alcun anni fa, in politica, in una strepitosa e fantasiosa avventura cui seppe dare la sua passionalità. Se c’è un’eredità che Giorgio Aversente ci lascia, a noi coriglianesi, è una ricetta fatta di rischio e di duro lavoro, certo, ma è anche una strategia che si fonda sulla costante creazione di cose nuove, in grado di ampliare la gamma dei prodotti, di aumentare le occasioni di consumo e di vendita, di lavoro, di dare forma e sostanza nuova al pre-esistente, di andare in direzione uguale e contraria rispetto ai concorrenti. Non solo: è la storia di investimenti continui in nuove attività, nuovi settori, nuovi marchi, nuove produzioni, di una fortissima e pionieristica comprensione del potenziale del marketing, della comunicazione (non dimentichiamo che è stato il pioniere delle grandi sponsorizzazioni e delle tv locali). Giorgio Aversente era geniale, perché ha rappresentato un’eccezione nel panorama delle grandi figure imprenditoriali di questa città. Infatti, al contrario di tanti suoi colleghi, aveva riferimenti culturali e valoriali diversi, più moderni, che sembravano quelli di realtà territoriali evolute. E se spesso aveva la medesima preferenza degli usi, dei costumi e delle tradizioni locali, del dialetto all’italiano, che sembravano accomunarlo a certi suoi colleghi, era solo per marcare le sue radici, di cui era fiero, per essere più vicino alla sua gente, che non ha mai abbandonato né rinnegato, e per essere molto più comunicativo rispetto ad altri, che magari per il solo fatto di aver “fatto i soldi” pensavano di possedere il sapere dei professoroni. È stata la prova, Giorgio Aversente, che un tipo di imprese e un tipo di imprenditori dinamici e moderni, sempre pronti a recepire le novità, possono comunque dire la loro nel mercato, creare ricchezza, perché hanno alle spalle un’eredità di saperi e tradizioni che se innovate e adeguatamente comunicate possono dire la loro anche in un contesto difficile come quello meridionale. Che ogni eredità, se messa in gioco con il lavoro, la creatività e una certa dose di propensione al rischio, può generare qualcosa di infinitamente più grande. La miniera d’oro su cui siamo seduti, la vera grande rendita di posizione che ci avvantaggia rispetto a tante altre zone dell’Italia meridionale sono queste eredità imprenditoriali, culturali, storiche, umane. Se la sua storia ci permetterà di capire tutto questo, se servirà a far comprendere alla politica su cosa deve concentrare i propri sforzi di sostegno e promozione, se servirà alle banche per investire su questo territorio, allora Giorgio Aversente ci avrà lasciato in eredità ben più delle sue aziende, della sua simpatia, del suo sorriso, della sua convivialità. Ci avrà lasciato quello che io preferisco chiamare futuro. Ci mancherà. Eccome.