Editoriali

Sarà la solita campagna elettorale per accattoni e morti di fame

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Se ascoltate o leggete i programmi dei partiti e dei candidati alle elezioni politiche, qui al sud, vi sarà facile capire che a vincere, il prossimo 4 marzo, più che destra o sinistra sarà il pensiero unico degli imbalsamatori e dei regressisti, poiché ormai tutti i partiti, anche i nuovi, sono stati contaminati (in maniera pesante) dalla cultura dei veti e dalla cara, solita “sindrome Nimby”, e cioè da quella strana tendenza a stoppare, rallentare, vincolare ogni cosa, a cominciare da industrie e opere pubbliche strategiche e pulite, per il semplice gusto di farlo, per ignoranza o per dare un senso alla propria presenza nel mondo. Come se industrie e opere pubbliche dovessero causare chissà quale moria di clementini o ecatombe paesaggistica, come si disse quando si rifiutò il rigassificatore nell’inutile porto di Corigliano. E’ il comportamento di chi si lamenta di morire di fame mentre butta a terra pane e pietanze, perché altrimenti non potrebbe lamentarsi che sta morendo di fame, una sindrome infantile che possiamo perdonare a un neonato che scansa il piatto con le mani ma non alla classe dirigente, di cui i politici sono parte, che dovrebbe pensare a valorizzare i propri territori anziché deprimerli con la scusa di difenderli. Con la giustificazione che nulla si deve toccare. Con il conservatorismo che per l’appunto si trasforma in imbalsamatorismo. Con il vecchio glorioso progressismo ridotto a un regressismo che, vedi il caso della Piana di Sibari, scambia l’archeologia, i piccoli musei, il mare e i locali alla moda della costa ionica e un poco di promozione del cibo di strada per un reale volano di occupazione, quando anche uno studente di economia sa che il turismo, per quanto possa esplodere, riesce a coprire al massimo un quinto del PIL di un territorio che non vuole spedire i suoi giovani altrove a cercare lavoro. E anche se viene difficile da ammettere è, purtroppo, questo miscuglio di istinti retrosviluppisti proprio nel meridione trova un eccellente brodo di coltura. Una brodaglia, anzi, in cui si mischiano l’atavico senso di diffidenza per la novità, la superstizione, e quella tendenza a oscillare tra l’assuefazione e un ribellismo orbo di prospettive che da tempi immemorabili insegna che per ogni tentativo di riforma c’è sempre un’orda sanfedista dietro l’angolo pronta a soffocare tutto nel sangue, nel silenzio o nella paralisi. Da meridionale, sostengo questo da tempo con la morte nel cuore e la rabbia in gola. Negli ultimi anni, poi, il successo di materiali alla Pino Aprile ha rispalancato le porte a quella sindrome vittimistica che al sud utilizziamo per spiegare prima a noi stessi che agli altri che il sottosviluppo meridionale e i tassi penosi di capitale sociale non sono colpa nostra ma dell’invasore piemontese, che la latitanza della cultura civica non è un’eredità del peggior feudalesimo ma una conseguenza dell’unificazione italiana, e così via. E si dirà: che c’entra tutto questo con la viralizzazione della cultura anti-industriale, anti-sviluppista soprattutto al sud? Purtroppo la risposta è agevole: perché il vittimismo mette nella condizione la vittima presunta di chiedere un risarcimento. Se io sono stato colonizzato e sfruttato dal nordico cattivo, allora lo Stato ha il dovere di risarcirmi senza che io debba fare assolutamente niente. Una nuova versione dell’assistenzialismo, insomma, che sta condannando a morte il nostro territorio alzando bandiere identitarie quando, invece, l’unica identità è la disperazione. Padroni a casa nostra: sì, ma di niente. Di terre arse e di acqua salata del mare. E stop. La cultura ambientale diventa un ambientalismo incapacitante. La difesa del territorio diventa un campanilismo da bassa campagna elettorale. La valorizzazione del radicamento diventa lo sradicamento del buon senso. Così, al meridione più che altrove, “L’Italia del No” sfodera sempre la stessa retorica: possiamo campare solo di turismo, green economy e non si capisce bene di altro cosa. L’importante è bloccare e impedire. Ma quando tu chiedi a un no-ista cosa vede nel futuro, quali sono le strategie di sviluppo alternativo che prospetta, quando tu gli fai notare che un territorio senza industria pesante, senza infrastrutture, senza power è un territorio senza futuro e, ecco che incominciano le parole fumose, le formule vacue, il niente che si solidifica in una gigantesca presa in giro le cui prime vittime sono i laureati, le giovani promesse, le menti migliori costrette a far fagotto e scappare velocemente ovunque li porti la fame di ricerca, successo, realizzazione. Così il gap tra chi parte e chi resta continua a espandersi, e così via, in una spirale di depauperamento di capitale sociale che fa dolore anche scriverne. E’ “l’Italia del No” che continua a fagocitare qualsiasi spinta all’innovazione, grazie a quella sottocultura che, utilizzando l’anti-industrialismo, i veti, i blocchi, il vittimismo e il neo-assistenzialismo, continua a crescere, diventando cronaca e bollettino del decadimento di una terra, il meridione, troppo bello per conoscere e rispettare la propria bellezza. E chi questa bellezza conosce, ama e difende, guarda tutto questo spreco con la morte nel cuore. E la rabbia in gola.