Editoriali

Cara Santelli, più capitale sociale e meno capitano Ultimo

{module Firma_Edilberto de Angelis}Jole Santelli, neo presidente della Calabria, con tutta la sua cortesia personale, dei nostri consigli in fatto di riforma alla lombarda della sanità calabrese, non sa che farsene. E la capisco. Niente risulta più petulante e anche odioso che i consigli di chi guarda da fuori e poco sa degli arcani e dei trucchi della politica. Per cui ritiriamo gli inutili e fastidiosi consigli e facciamo una proposta. Invece di dare priorità alla sanità oppure di pensare a infarcire la giunta regionale di poliziotti e eccellenze calabresi che giovano all’immagine più che alla politica, si prenda una piccola pausa e legga o rilegga, qualora lo abbia già fatto, la terza e la quarta delle sei “Lettere dall’Italia”, dedicate al Sud, in cui Vilfredo Pareto sosteneva che nessuno riuscirà mai a risolvere la “questione meridionale” e poi ci faccia sapere cosa ne pensa. E cioè, se la questione meridionale è davvero irrisolvibile, come scriveva Pareto, oppure se si può fare qualcosa, magari impegnandosi, da presidente della regione più colabrodo del Mezzogiorno, a colmare lo storico divario tra Nord e Sud, riconducibile a quella minore dotazione di capitale sociale del Sud rispetto al Nord che ha a che fare con il senso civico dei cittadini, con la fiducia verso gli altri, con la partecipazione alla vita comunitaria, responsabile, secondo un dettagliato e realistico studio della Banca d’Italia, del mancato sviluppo socio-economico del meridione. E soprattutto ci faccia sapere, la Santelli, se il capitale sociale di una comunità può cambiare senza che passino secoli, perché se così non è vuol dire che una classe politica riformatrice, come quella che dice di rappresentare (e non abbiamo dubbi), deve farlo cambiare in fretta. E se è maledettamente difficile, per via delle forze conservatrici, deve comunque provarci, facendo leva su di un’azione pubblica volta a irrobustire l’esile capitale sociale della nostra regione, specialmente lì dove ce n’è più bisogno. E qui le politiche degli enti pubblici che offrono servizi universalistici sono fondamentali. Infatti, la qualità dei servizi pubblici, a cominciare dalla sanità, dipende certo dal civismo di chi li eroga e dei cittadini-utenti, ma è anche vero il contrario: se la qualità migliora anche l’ambiente civico migliora. Ecco perché l’amministrazione di una regione, quando disegna una politica generale, deve anzitutto affidarsi a funzionari e dirigenti che siano in grado di evitare che quella politica possa avere una scarsa efficacia, magari diversa da zona a zona. Come? Incentivando quelle persone a far bene, o scoraggiarle dal far male, attraverso le retribuzioni nette, le carriere, lo status sociale, il riconoscimento di meriti e capacità. E azioni di questo tipo, ovviamente, sono tanto più efficaci quanto più sono esercitate con continuità, coerenza, vigore e oserei dire coraggio, doti che al neo presidente non mancano. E poi se la politica e i politici vogliono instaurare un nuovo corso devono esibire coraggio e determinazione anche nella lotta all’illegalità. Sappiamo che qui in Calabria l’illegalità diffusa, in particolare i lavori pubblici, l’abusivismo edilizio e la corruzione, è molto più presente che altrove. Qui non è più solo questione di incentivi o disincentivi ex ante, è anche e soprattutto questione di sanzioni, sia contestuali sia ex post. Sanzioni serie, applicate con sistematicità e severità. Condanne penali ma anche sanzioni civili. Occorre veramente un salto di qualità nella risposta degli apparati regionali, sia ordinari che repressivi. Perché noi, in fondo, quel che vogliamo è la regione delle imprese di successo, della gente premurosa e accogliente, delle strade senza rifiuti, dei servizi pubblici efficienti, della sicurezza e della legalità. Si può fare, purché si tenga sempre presente che non stiamo parlando solo di economia: il nostro progresso è insieme politico, civile e culturale e deve provenire da un’analisi seria di un’economia, una società, una storia politica, in cui nessuno può dire di avere la verità in tasca, in cui nessuno può distribuire il vero e il falso come fossero gettoni. Quindi anche una vicenda antica e complessa come quella della nostra carenza di “capitale sociale” non può essere affrontata con affermazioni inconfutabili. Vi è una differenza percepibile a occhio nudo fra le due categorie che citavo all’inizio: da un lato, le analisi serie, disseminate di dubbi; dall’altro, i proclami, quelli che si basano solo sul “sentito dire”, quando non sui propri fantasmi personali. Le prime richiedono tempo, intelligenza, disponibilità alla critica (costruttiva). I secondi sono effimeri, ciechi, insofferenti di qualunque obiezione. Bisogna liberarsi di questi ultimi, da qualunque parte provengano, se si vuole avanzare anche solo di un passo.