
{module Firma_redazione}Ci sembra evidente che la fase surreale che stiamo vivendo, a causa del coronavirus, stia abbattendo molte nostre certezze. Una di queste, oltre a quella secondo cui uno vale uno o che un competente vale quanto un incompetente, riguarda le misure emergenziali che il governo sta predisponendo per aiutare famiglie e imprese. Le quali, sembrerà paradossale, sono misure che peggioreranno una situazione già disastrosa. Non solo per il fatto che lo stato sta aumentando il proprio debito, e questo era assodato, ma perché sta allargando la sua sfera d’azione, nella convinzione che questo sia utile ad aiutare l’economia. Una follia, perché qui, forse, si dimentica che dare finanziamenti pubblici a questa o quella categoria, offrire garanzie di stato per i prestiti e assicurare altre forme di sussidio a quanti sono in difficoltà, significa far debiti e quindi colpire ancor di più un sistema produttivo stremato, che sarà ovviamente chiamato a pagare il prezzo di queste decisioni. Anche se gli interventi sono presentati come una specie di “dono”, in realtà le cose non stanno così, poiché si sta preparando un colossale meccanismo di deresponsabilizzazione, che impedisce di utilizzare questa crisi per riformare un sistema economico ingessato da anni e anni di statalismo straccione. Per cui la necessità di oggi sarebbe quella di far ritirare lo stato dalla società e dall’economia, in modo che possa lasciare libere di fare famiglie e imprese, magari attuando quelle riforme liberali che la politica promette, inutilmente, da decenni. Quindi, immediata diminuzione della pressione fiscale, alleggerimento della legislazione sul lavoro e del pubblico impiego, riduzione della spesa pubblica e previdenziale, desindacalizzazione del paese, snellimento della funzione pubblica, sono misure non più rinviabili. Sarebbe una cura dimagrante consistente, che darebbe fiducia ai mercati poiché metterebbe direttamente a disposizione di famiglie e imprese enormi risorse, da spendere e investire, che oggi, essendo nella disponibilità dello stato, sono bloccate o utilizzate soprattutto per finanziare la spesa corrente improduttiva (vedi reddito di cittadinanza e quota 100). A ciò, poi, andrebbe affiancata una drastica e veloce eliminazione dell’asfissiante percorso burocratico cui sono sottoposte le nostre aziende e la riduzione delle migliaia di regole che condizionano la nostra vita e che impediscono ogni iniziativa. Ecco perché se non si abbandonerà questo scellerato interventismo autoritario, questo statalismo suicida, sostenuto da tutte le forze politiche, il disastro economico e sociale generato dal coronavirus non troverà soluzione. Non è possibile alcuna ricostruzione in un’economia dominata dallo stato e dalle lobby, da una ridistribuzione costante delle risorse, da scelte, a debito, che privilegiano l’oggi e sacrificano, ancora una volta, le prossime generazioni. Facciamo in modo che lo Stato lasci lavorare in pace chi vuole fare: rinunciando, da subito, quanto più sia possibile alle imposte dirette del 2020 ed eliminando ogni norma che ora ostacola quanti intraprendono, a cominciare dall’assurdo codice degli appalti. E’ ovvio che se si prospettasse uno scenario del genere, in cui sarà facile intraprendere, per via dell’eliminazione di leggi e regolamenti che ostacolano ogni iniziativa e di una pressione fiscale esagerata, si potrà chiedere agli italiani di fare da soli, anche utilizzando il proprio patrimonio per affrontare la crisi. E’ l’unica patrimoniale accettabile, quella che sposta risorse dal pubblico al privato, velocemente. E’ ora che la classe dirigente si svegli e capisca quanto sia necessario, in una fase storica così delicata, che l’apparato pubblico, con tutti i suoi armamentari, i suoi fallimenti, i suoi clientelismi, le sue corruzioni, i suoi sprechi, le sue regole criminali e criminogene, che rappresentano il principale ostacolo allo sviluppo economico, si faccia da parte e compia quei sacrifici necessari a far sopravvivere il sistema produttivo privato, che sta morendo non di coronavirus ma di statalismo. Sarebbe l’unico modo per farsi ricordare nell’ora più buia del paese dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe l’unico modo per ricordare l’avvocato di Foggia come un incidente di percorso della storia repubblicana. Altro che Sir Winston Churchill, premio Nobel per la letteratura che mai avrebbe confuso la Pasqua ebraica con quella cristiana. Auguri di Buona Pasqua, appunto.
