Editoriali

Cari poliziotti, imparate a disubbidire a uno stato cialtrone e liberticida

{module Firma_redazione}Non c’è peggiore vergogna, in questi primi giorni di allentamento del lockdown, delle multe che la polizia di Milano, su ordine di qualche ottuso burocrate, ha elevato nei confronti di alcuni ristoratori, disperati, che stavano protestando pacificamente, rispettando tra l’altro le misure di sicurezza previste dai vari decretini (nel senso di cretineria) dell’avvocato di Foggia, davanti all’Arco della pace. E’ una delle tante misure che le forze di polizia, in nome della legalità (non tenuta nella stessa considerazione in altre occasioni, come nella giornata del 25 aprile), hanno preso nei confronti di imprenditori e cittadini (multati o fatti passare per criminali per una passeggiata o perché vogliono riaprire), desiderosi solo di riappropriarsi delle loro libertà costituzionalmente garantite, a cominciare dalla libertà di muoversi e lavorare, di cui nessun governo abusivo può privarli. Una brutta, bruttissima vicenda che ci spinge a ricordare, a distanza di cinquantadue anni, i violenti scontri tra studenti e poliziotti avvenuti a Roma nel 1968, davanti alla facoltà di architettura di Valle Giulia, che sono ancora ricordati sia per la reazione violenta degli studenti, che mai prima di allora avevano reagito agli attacchi della polizia, sia per una poesia che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri, in cui prese provocatoriamente le parti dei poliziotti in quanto figli di poveri. Fu un gesto con cui, Pasolini, più che prendere le distanze dalla cosiddetta “rivoluzione” culturale avviata col Sessantotto, intendeva spingere gli studenti a lasciarsi alle spalle la loro appartenenza borghese per schierarsi col PCI e gli operai. Ebbene, oggi, con la pesante limitazione delle nostre libertà personali, ci viene spontaneo lanciare un appello, alla Pasolini, appunto, per invitare i poliziotti, figli del popolo e di tanta brava gente che ha speso una vita a lavorare, a lasciarsi alle spalle la loro appartenenza a uno stato liberticida e prevaricatore per schierarsi dalla parte del popolo (cui appartengono i ristoratori e gli artigiani), della libertà e soprattutto della legalità, che in tante occasioni hanno garantito e difeso anche a rischio della vita (pensiamo alla lotta al terrorismo o alla mafia, solo per fare alcuni esempi). E’ un invito alla disubbidienza civile mai così opportuna e necessaria in un momento, forse il più difficile della storia repubblicana, in cui il fallimento di tanti commercianti e artigiani, che in molte occasioni hanno dichiarato di avere come alternativa alla chiusura “rubare o suicidarsi”, finirà per favorire quella criminalità organizzata, da sempre attratta dal settore della ristorazione e della movida dove esiste un flusso di cassa diretto, dalla quale proprio le forze di polizia ci proteggono. Ecco perché, in un momento come questo, lo stato e tutte le sue ramificazioni, compresi prefetti, questori e poliziotti, devono essere vicini alla parte migliore di questo paese, a chi produce ed è sempre stato dalla parte della legalità. Lo tengano in mente tutti, compresi governo e task force create per superare la crisi e pagati profumatamente grazie alle tasse di chi lavora, ristoratori compresi.