
I dibattiti televisivi sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, forse per la presenza di personaggi del mondo dello spettacolo che si atteggiano a opinionisti, invece di renderci felici ci hanno gettato nello sconforto più totale. Perché con il referendum sulla giustizia ancora una volta stiamo affidando una decisione delicata, tecnica e specifica, a dei dilettanti, in questo caso attori e cantanti, i quali avendo un grande consenso popolare, potrebbero facilmente condizionare un elettorato che su questo argomento è emotivo e volubile, per non dire isterico. A pensare questo non siamo noi, ma quelli che stanno cercando di portare gli elettori a votare, visto che non fanno altro che promuovere la scelta del no o del sì affidandola non tanto a chi ne sa di giurisprudenza, ma a celebrità nel campo della musica, del cinema o della televisione, volti noti, pensando che le persone votino a favore o contro la riforma della giustizia in base a come la pensano l’attrice o il cantante da loro preferiti. Delle due l’una: o c’hanno ragione e quindi il popolo è fatto di dementi, o hanno torto ma comunque lo trattano come se fosse pieno di dementi; e non so quale delle due sia la verità più deprimente. Quel che è certo, però, è che qui tutti quelli che hanno pensato di strumentalizzare i personaggi del cinema e della canzone al fine di promuovere le loro posizioni politiche, non hanno capito che a questo referendum il popolo non vota in base ai propri gusti musicali o cinematografici, ma secondo i suoi cattivi sentimenti, che sono l’odio e soprattutto l’invidia. Perché il popolo, sotto sotto, ai giudici non chiede giustizia ma piacere ossia quello che gli provoca l’arresto del politico intraprendente, o dell’imprenditore di successo, o finanche del vicino di casa che si è appena comprato l’auto di lusso, chissà con quali soldi, chissà come e speriamo che qualche giudice prima o poi lo faccia arrestare. Ecco perché, da onesto e ragionevole sostenitore del sì, ho paura che con queste premesse alla fine potrebbe prevalere il no, che di sicuro più che su motivazioni di natura giuridica e culturale potrà contare sul diffuso rancore che esiste nel popolo, quello sì davvero pericoloso, perché si nasconde dietro l’ipocrisia di quanti, pur sostenitori della separazione dei poteri, in realtà tifano per l’onnipotenza vendicatrice della magistratura. Vedremo come andrà a finire.
