
Ciò che accomuna molti dei fatti che sono accaduti di recente nel nostro territorio, scioperi e vicende giudiziarie compresi, è la cultura dell’approssimazione. Che consiste in tante piccole leggerezze, lasciate correre, che col tempo abbiamo finito per considerare normali, tanto che il pressapochismo, lentamente, è diventato una mentalità. Infatti, è l’abitudine ad agire senza approfondire, a parlare senza verificare, a lavorare senza cura, a decidere senza responsabilità. E il fenomeno è ormai talmente evidente che sta dappertutto: in aziende che promettono qualità ma che alla fine forniscono risultati e prodotti scadenti; in professionisti incompetenti perché non studiano e non si aggiornano; in politici, dirigenti e imprenditori che prendono decisioni senza conoscere realmente i problemi; in dipendenti che fanno cose senza comprenderne il senso. Così, capita, sempre più spesso, che il cliente, il paziente o il cittadino si trovino davanti persone assolutamente inadatte, sul piano mentale, culturale e professionale, a svolgere determinate funzioni. Insomma, abbiamo costruito una società basata sulla normalizzazione della mediocrità. Perché quando l’approssimazione diventa abitudine, chi lavora con serietà rischia persino di apparire eccessivo. La competenza silenziosa viene oscurata da chi sa vendersi meglio. E in questo i social hanno realizzato un capolavoro, poiché hanno contribuito a costruire una società dove l’immagine vale più della sostanza e dove il rumore conta più della preparazione. Il pressapochismo è la forma moderna della irresponsabilità: non distrugge tutto subito, ma logora lentamente ogni cosa. Consuma fiducia, credibilità e senso del dovere. Forse il vero progresso oggi non consiste nel fare di più, ma nel tornare a fare bene. Perché la qualità non è perfezionismo: è rispetto. E ogni cosa fatta con coscienza contribuisce a rendere migliore l’ambiente in cui viviamo.
